Paglia e la rivoluzione permanente di Francesco
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Mons. Paglia ha rilasciato un’intervista per spiegare perché, dietro impulso di Bergoglio, sono stati rivoluzionati l’Istituto Giovanni Paolo II e la Pav. Si è attaccato il concetto di natura, avallando il relativismo etico. Una rivoluzione che per Paglia e compagni deve continuare.
Un anno fa monsignor Vincenzo Paglia concluse il suo mandato come presidente presso la Pontificia Accademia per la Vita (Pav). In occasione di questo anniversario il sito Settimana News lo ha intervistato.
Nell’intervista Paglia conferma un orientamento dottrinale che negli anni abbiamo sempre avuto modo di criticare, orientamento che assecondava i desiderata di papa Francesco. Mons. Paglia ripercorre le tappe che hanno portato a rivoluzionare la Pav e, sempre con il suo aiuto, a smantellare l’Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia per sostituirlo con il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. Una rivoluzione voluta da Francesco perché, come ricorda Paglia, questi due organismi «erano così diventati, per intenderci, luoghi di una pronunciata resistenza dottrinale all’insegnamento pontificio, che si pretendeva più coerente con la verità cristiana della prospettiva disegnata da Amoris Laetitia», famigerata enciclica di Bergoglio. In breve Paglia, per sua stessa orgogliosa ammissione, fu per Francesco il candidato ideale per rivoluzionare la dottrina morale all’interno della Chiesa secondo il pensiero di Bergoglio.
Qual è stato il fulcro che ha fatto transitare queste due realtà verso una deriva eterodossa? Paglia è chiarissimo: «Uno dei punti nevralgici di tutta l’operazione è stato il ripensamento del concetto di “natura”, che stava a fondamento di una visione statica e immutabile della legge naturale, e con esso la messa in discussione del paradigma essenzialistico e astorico su cui si reggeva tutta la teologia morale sessuale e familiare finora sviluppata. Una concezione storica della natura scalfiva il paradigma di una legge naturale intesa come insieme di principi immutabili, ed è qui che sono sorte le critiche e le resistenze maggiori». Secondo l’insegnamento di sempre della Chiesa, che riprende la lezione tomista, la natura si esprime come un fascio di inclinazioni tendenti a dei fini e quindi a dei beni: la vita, la proprietà, la conoscenza, la socialità, la trascendenza, etc. Ora questo orientamento teleologico, oltre ad essere immutabile, ha anche carattere prescrittivo, altrettanto immutabile: se la vita è un bene non è mai lecito uccidere l’innocente; se la conoscenza della verità è un bene non è mai lecito mentire e così via.
Paglia, come ebbe modo di dimostrare in più occasioni, contesta questa filosofia morale ontologicamente fondata. Nega che una valida dottrina morale possa essere fondata metafisicamente e sostituisce questo paradigma con un altro, storicamente fondato: il paradigma fenomenologico. La prassi, la concretezza dell’esistenza, le cangianti condizioni particolari, lette tramite la coscienza soggettiva, diventano così le fonti della moralità. Il processo è dunque induttivo – dal fatto al principio – e non deduttivo – dal principio al fatto, nel senso che il principio informa l’azione particolare, orienta il nostro agire. In tale prospettiva non abbiamo più gli assoluti morali – condotte che mai devono essere assunte – perché non esiste norma che si possa adattare sempre a tutte le circostanze, bensì i relativi morali, ossia condotte che di volta in volta, in relazione alle circostanze particolari, possono essere buone o cattive. La morale è sempre a posteriori, mai a priori. Questa è la celebrata moralità ergonomica, che si adatta alle situazioni, fluida, elastica. Insomma il solito relativismo etico.
L’intervista conferma in più punti questo orientamento assolutamente eterodosso. «All’epoca – continua Paglia – entrambe le Istituzioni si caratterizzavano per un’accentuazione fortemente moralistica: con debolissima attenzione alle trasformazioni dell’ethos sociale e agli sviluppi della cultura, che dovevano sollecitare una teologia e una pastorale in grado di interloquire – dialetticamente e dialogicamente, non solo apologeticamente e conflittualmente – con una nuova sensibilità umanistica». Non è la realtà che si deve adattare al principio, ma il contrario: i principi si devono adattare alla realtà. E la realtà è composta da infinite situazioni particolari e ognuna di esse è irriducibile ad una norma generale e astratta: «la vita intesa come esistenza umana concreta, non astratta, che non si lasciava esaurire da una semplice declinazione casuistica», dice Paglia. E così, ad esempio, se nella realtà verifichiamo l’esistenza di legami sociali vissuti come legami familiari, seppur non generati da vincoli coniugali, ebbene queste relazioni sono “famiglia” a tutti gli effetti. Esistono dunque «figure relazionali specificamente attivate dall’esperienza familiare: non solo quella, pur fondante, della coppia coniugale».
Aggiunge Paglia: «le due Istituzioni [il Giovanni Paolo II e la Pav] erano, in effetti, molto “da tavolino”. La riduzione di una materia così delicata e complessa all’applicazione di un algoritmo dottrinale della moralità e della disciplina, impone una visione della realtà umana estranea alle forme effettive della coscienza e alle condizioni reali dell’esperienza, che di volta in volta creano il contesto delle storie di vita». La realtà è multiforme, invece la dottrina è rigida e monolitica. La realtà quindi sfugge nella sua complessità alla disciplina delle norme morali. Paglia arriva dunque con coerenza a criticare i principi non negoziabili di Benedetto XVI: «Si pensi alla riproposizione e alla difesa del discorso sui “valori non negoziabili”, a una forte accezione moralistica, alla trasmissione di principi astratti». A Paglia sfugge che anche la morale classica predica una declinazione dei principi nel contingente: l’intelletto formula sia principi generali che valgono sempre e hanno carattere negativo – non uccidere, non rubare etc. – perché azioni che sempre contrastano con la dignità personale, sia, grazie alla coscienza e alla virtù della prudenza, norme particolari che ben si adattano alle circostanze concrete, norme che possono essere di segno negativo (non fare) e di segno positivo (fai). Il problema di Paglia sta nell’aver cassato i principi non negoziabili, ossia la categoria dei mala in se, degli atti intrinsecamente malvagi, dei doveri negativi assoluti.
Questa impostazione anti-metafisica e quindi anti-cattolica portò inevitabilmente Paglia a gravi aperture sul fronte dell’aborto, dell’eutanasia (clicca anche qui), della fecondazione artificiale e della contraccezione. Tutte condotte intrinsecamente malvagie. Queste aperture sono state parallele ad altre aperture, quelle fatte nei confronti di personaggi a favore di tutte queste pratiche (clicca qui e qui). Porte aperte quindi a figure dottrinalmente disinvolte e, di contro, epurazione massiccia di quelle personalità fedeli al Magistero di sempre.
Un’ultima riflessione che interessa la strategia posta in essere dal fronte progressista in casa cattolica. Questa intervista non è casuale, ma si inserisce in una serie di iniziative e interventi pubblici – non solo di Paglia, intendiamoci – volti a non far eclissare la portata dirompente del pontificato di Francesco in ordine alla morale naturale (e in ordine anche ad altre materie) al fine di contrastare l’ortodossia di pensiero in seno alla Chiesa. Insomma il lascito di Francesco non deve finire in un museo.
Sì a eutanasia e fecondazione artificiale, la Rivoluzione di Paglia
Il divieto di eutanasia provoca danni peggiori dei benefici; via libera alla fecondazione omologa: sono le clamorose affermazioni contenute nel libro La gioia della vita, riflessione comune dei teologi della Pontificia Accademia per la Vita (Pav). E anche la Bibbia si può correggere. Ormai siamo nell'eresia conclamata.
Difensori della vita ma abortisti: idee confuse in Vaticano
Le nuove nomine alla Pontificia Accademia per la Vita – vedi l'ingresso dell'economista Mariana Mazzucato – confermano la "linea Paglia" di apertura a esperti in settori importanti ma di principio favorevoli all'aborto. E vengono epurate le voci maggiormente fedeli all'identità originaria dell'Accademia, e perciò critiche con l'attuale indirizzo.
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Si scrive proibito, si legge lecito: è la poetica di Chiodi
Rileggere Humanae Vitae: il teologo Chiodi ci spiega che l’enciclica afferma che si può fare ciò che la stessa enciclica proibisce. Così le norme morali mutano e cangiano a seconda della forma e del colore del contenitore che le riceve.
"Contraccezione? In certi casi un dovere". Svolta in Vaticano
«Ci sono circostanze (...) che proprio per responsabilità richiedono la “contraccezione”». Così don Maurizio Chiodi, nuovo membro della Pontificia Accademia per la Vita e teologo molto ascoltato in Vaticano, ha svelato a un convegno alla Gregoriana quale sia il vero scopo dei nuovi studi sull'enciclica Humanae Vitae e di come Amoris Laetitia venga usata come paradigma per rovesciare la morale cattolica.
Gli inciampi di mons. Paglia sull’eutanasia
Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita è intervenuto il 2 novembre al congresso “Tecnologie e fine vita: il primato dell’accompagnamento”. Insieme ad alcune considerazioni lodevoli, ha detto frasi infelici, riguardanti il consenso assoluto in capo al malato, le Dat, l’indisponibilità della vita, eccetera. E non è la prima volta (vedi da ultimo Rebus) che mons. Paglia incorre in simili inciampi.
Gratta gratta, la Pav ritiene leciti eutanasia e suicidio assistito
La Pav di Paglia dà alle stampe il "Piccolo lessico del fine-vita" da cui emerge la sua linea di favore verso l’eutanasia e il suicidio assistito. Come? Legittimando le Dat e qualificando come giuridicamente legittima una condotta legata al suicidio assistito.
Aborto, Paglia tocca il fondo tifando per la 194: «Un pilastro»
Intervistato da Rai Tre, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita tocca il fondo della sua collaborazione formale al male definendo la legge 194 «un pilastro della società» e dicendo che non «è assolutamente in discussione». Siamo al ground zero della moralità, della fede: abbiamo un vescovo presidente di un’accademia nata per tutelare la vita che tutela una legge che distrugge la vita.
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