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Nell'isola di Papa Stronsay il nuovo scisma è sedevacantista

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Riconciliati con la Sede Apostolica nel 2008, i Redentoristi Transalpini se ne sono distaccati nuovamente, rifiutando la legittimità degli ultimi pontefici. Oggi la consacrazione episcopale senza mandato del loro superiore. Il vescovo condanna il gesto e affida la Messa tradizionale in diocesi ai tre religiosi usciti dalla comunità per restare fedeli a Roma.

 

Ecclesia 25_07_2026

Da ex “lefebvriani” a riconciliati con Roma per approdare infine al sedevacantismo: è la parabola percorsa in soli 18 anni dai Figli del Santissimo Redentore, o Redentoristi Transalpini, una piccola comunità religiosa che vive nell’isola scozzese di Papa Stronsay, il cui superiore, il 72enne padre Michael Mary Sim, oggi 25 luglio riceverà mitra e pastorale da tre vescovi sedevacantisti, naturalmente senza mandato pontificio. Motivo? La persuasione che gli ultimi Pontefici non siano realmente tali e che la Chiesa abbia bisogno di “veri” vescovi, così che uno “stato di necessità” tira l’altro.

Non è propriamente un bis delle consacrazioni avvenute il 1° luglio a Écône, a partire dal differente approccio verso il successore di Pietro. Infatti, mentre la Fraternità San Pio X almeno sulla carta e nel Canone della Messa (e salvo agire senza mandato apostolico) riconosce come legittimi tutti i Pontefici, incluso Leone XIV, al contrario i Redentoristi Transalpini  li considerano ora soltanto «pretendenti al Papato». L’altra differenza è ovviamente numerica, poiché la comunità di Papa Stronsay è composta da poco più di una ventina di membri e solo due filiazioni: in Nuova Zelanda e in Montana (USA). Non si prevede quindi un evento di massa come quello avvenuto a Écône, ma una cerimonia al chiuso del monastero di cui probabilmente pochi avrebbero sentito parlare, se non fosse stato per l’immediato precedente del Canton Vallese.

Ma chi sono i Redentoristi Transalpini? Al di là delle innegabili differenze attuali, le origini remote della comunità scozzese si legano alle prime consacrazioni della Fraternità San Pio X, quelle del 1988, quando un gruppo desideroso di vivere secondo lo spirito redentorista, rifiutando l’“aggiornamento” postconciliare della congregazione fondata da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, entrò nell’orbita di mons. Lefebvre, e vi rimase fino al 2008. Dopo l’isola inglese di Shippey e una seconda casa francese a Joinville, allo scoccare del millennio la comunità si stabilì in quella che sarebbe divenuta la “casa madre” sull’isola di Papa Stronsay, nell’arcipelago delle Orcadi.

Il secondo capitolo si apre con il pontificato di Benedetto XVI. Nel mese di luglio del 2008, padre Michael Mary annunciava che, dopo aver «umilmente presentato una petizione alla Santa Sede (...) affinché le nostre sospensioni sacerdotali venissero revocate», la Santa Sede aveva accolto la richiesta il 26 giugno. In breve, i Redentoristi Transalpini tornavano in comunione con Roma, replicando ai critici che «tutte le voci rabbiose che ci hanno gridato contro e ci hanno calunniato non sono nulla se paragonate alla comunione incondizionata con il Vicario di Cristo». Tra il 2012 e il 2014 venne anche il riconoscimento quale istituto di diritto diocesano. Tutto bene, almeno in apparenza, fino al 2024, quando vennero espulsi dalla diocesi neozelandese di Christchurch in cui operavano, a seguito di una visita apostolica.

Il 3 ottobre 2025 i religiosi di Papa Stronsay pubblicarono una lettera aperta in cui dichiaravano che la speranza sorta al tempo di Benedetto XVI di «vivere da fedeli figli della Tradizione nelle strutture della Chiesa moderna» era andata perduta. Ed enumerando le varie criticità degli anni seguenti, specie nel pontificato di Francesco (da Amoris laetitia a Fiducia supplicans, passando per la persecuzione della liturgia tradizionale innescata da Traditionis custodes) ne traevano «la triste conclusione che la fede cattolica tradizionale, la fede di tutti i tempi e dei santi, sia incompatibile con la nuova Chiesa moderna, frutto del Concilio Vaticano II. Semplicemente non possono coesistere in un unico corpo». Venne da sé la dichiarazione del 2 maggio secondo la quale «i pretendenti al papato da Paolo VI a Leone XIV hanno insegnato e agito in flagrante contraddizione con i papi pre-Vaticano II, indubbiamente cattolici» e in cui si invitava a convocare «un concilio generale imperfetto, una riunione di tutti i vescovi cattolici del mondo che hanno conservato la vera fede» (indubbiamente esclusi a loro giudizio quelli in comunione con Roma, ma anche tra quelli “fuori” non è dato sapere chi sia titolato a selezionarli, attribuendo o negando la patente di ortodossia) per pronunciarsi «sullo status degli attuali pretendenti al papato e ristabilire l'ordine nella Chiesa». Infine il 18 giugno l’annuncio della consacrazione episcopale di padre Michael Mary.

A consacrarlo sarà il vescovo sedevacantista Pierre Roy assistito da Rodrigo Ribeiro da Silva e Fernando Altamira. Per comodità del lettore, e di chi scrive, ci serviamo in senso generico del termine “sedevacantismo” poiché nell’intricato puzzle dei consacranti si perdono di vista le sfumature tra chi considera i papi post-conciliari usurpatori tout court e chi  – è il caso del sedeprivazionismo – li considera invalidi ma quantomeno “eletti al papato” come lascerebbe intendere la dichiarazione di padre Michael Mary. Roy, già prete della Fraternità San Pio X, poi fondatore della Mission Notre Dame de Joie, fu consacrato vescovo nel 2024 da Ribeiro da Silva. Quest’ultimo, di soli 35 anni, iniziò invece direttamente nella "Resistenza" di mons. Richard Williamson (che lo ordinò nel 2017) e poi, dopo appena quattro anni di Messa, ricevette l’ordinazione episcopale nel 2021 dal sedevacantista Daniel Dolan (morto nel 2024). Infine Altamira, dalla Fraternità passò alla "Resistenza" di Williamson, e di qui al sedevacantismo, venendo consacrato da Ribeiro nel 2023.

L’ordinazione episcopale di padre Michael Mary «costituisce un atto scismatico e porrà coloro che lo compiono fuori dalla Chiesa Cattolica» (qualora non lo siano già), ha ammonito il 18 luglio mons. Hugh Gilbert, vescovo di Aberdeen, nella cui diocesi ricade Papa Stronsay. Lo stesso vescovo che li accolse all’indomani del ritorno a Roma e che oggi torna ad accogliere i tre religiosi “fuoriusciti” dalla comunità per restare in comunione con Roma, affidando loro – e ampliandola da mensile a settimanale – la Messa tradizionale in diocesi, a Fetternear (che in precedenza era già celebrata dai Redentoristi Transalpini ma era stata poi tolta loro in seguito alle recenti esternazioni e temporaneamente affidata a un sacerdote diocesano).

Nella sua lettera il vescovo tocca un punto centrale nelle ricorrenti tentazioni centrifughe: un equivoco sul ruolo del Papa. «I Papi non sono la stessa cosa della Chiesa; sono "della" e "per" la Chiesa, non al di sopra di essa. Quando gli fu chiesto di prendere una decisione, san Giovanni XXIII rispose con la celebre frase: "Io non sono Gesù Cristo, sono solo il Papa". Sì, ogni Papa è "solo il Papa". Ma ha una missione come servo dei servi di Dio. Per quanto fragile e limitato, Pietro fu scelto e benedetto da Cristo per essere il primo degli apostoli». Dimenticare che è “solo” il Papa porta a sovrastimarlo ingigantendo le aspettative, come se non fosse il Vicario di Cristo ma Cristo medesimo, o al contrario, se le aspettative vengono deluse, a bypassarlo e rifiutarlo: due facce della stessa medaglia.



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