• 2010 - MONDO

Meno soldi, meno conflitti

La crisi economica globale ha avuto l'effetto collaterale di attenuare i conflitti, ma finora è stata persa l'occasione di risolvere alla radice le crisi politiche.

conflitti

Volgendosi indietro a considerare l’anno che adesso sta per concludersi, e insieme allungando lo sguardo nel tentativo di scorgere i lineamenti dell’anno che sopraggiunge, anche per quanto concerne le relazioni internazionali le cose da dire potrebbero essere tantissime, ma in sostanza mi sembra possano riassumersi come segue. 

La prima  crisi economica internazionale scoppiata nel 2008 ci ha accompagnato fino all’anno che ora si conclude senza dare ahimè segni consistenti di indebolimento.  Al di là degli auguri e delle euforie, che sono di rigore  a Capodanno, il 2 gennaio ce la ritroveremo ancora accanto, e dobbiamo prepararci all’eventualità che ci accompagni ancora per diverso tempo. Non si può dire per quanto perché la globalizzazione in cui viviamo ha reso le previsioni economiche a medio e lungo termine non meno ardue delle analoghe previsioni meteorologiche. L’insieme dei fattori che entrano in gioco è così ampio e complesso da sfuggire quantomeno alla nostre attuali capacità di previsione.
 
Paradossalmente la crisi ha però avuto un effetto positivo: quello di far diminuire o comunque di attenuare i conflitti. Siccome è vero che c’est l’argent qui fait la guerre, e siccome è altrettanto vero che la scarsità di risorse affligge tutti, compresi coloro, Stati o organizzazioni non-statuali, che per motivi vari fomentano i conflitti armati, ecco che dal male della crisi deriva il bene di una relativa diminuzione delle guerre.  Così stando le cose, una prolungata crisi internazionale come quella che stiamo attraversando crea una condizione relativamente favorevole  a tentativi di sblocco delle crisi in corso. Una condizione che ahimè non  sembra esser stata sin qui colta; o meglio non è stata sin qui colta con tutta la sistematicità che meriterebbe. 

Il nostro primo augurio per il 2011 è allora proprio questo: che ci si impegni a fondo a seminare la pace prima che la ripresa, che giustamente tutti attendiamo con impazienza, torni a riempire non solo le borse ma anche gli arsenali. Altrimenti c’è il serio rischio che il riesplodere delle crisi sopite ma non risolte strozzi per così dire nella culla l’auspicabile ripresa prossima ventura dell’economia.

Per un verso la crisi in atto è meno pericolosa di quelle che la precedettero dal momento che oggi la cooperazione internazionale soprattutto in campo finanziario ha raggiunto livelli e dispone di strumenti  un tempo inimmaginabili. Per un altro verso però è più ardua poiché, avendo delle componenti culturali e psicologiche tutt’altro che trascurabili, è qualcosa che va ben oltre la semplice sfera dell’economia e degli scambi internazionali.  Ebbene, se sul lato della cooperazione in materia economico-finanziaria il mondo ha fatto negli ultimi decenni dei passi da gigante, sul lato della reciproca comprensione sul piano culturale e psicologico nonché della mobilitazione di energie morali siamo ancora molto indietro.

Il grande pontificato di Giovanni Paolo II ha confermato il Papa di Roma nel ruolo di autorità morale e culturale ascoltata con attenzione in tutto il globo. Il magistero papale è oggi l’unica fonte costante alla scala planetaria di pensiero filosofico nel senso originale del termine. I messaggi per la Giornata mondiale della pace, che giungono ora alla loro 44° edizione, sono o dovrebbero essere una miniera di idee e di spunti per chiunque operi in sede internazionale avendo appunto a cuore la pace e lo sviluppo equilibrato del globo. Quella del Papa di Roma  resta però una presenza drammaticamente solitaria.

Mentre  infatti esiste un G8 dei maggiori Stati ed esistono anche delle analoghe ribalte delle banche centrali, delle borse e così via, non esiste un “G8” delle grandi autorità morali, né esiste per così dire un’accademia dei Dostojevskij del nostro tempo innanzitutto perché nel nostro tempo di Dostojevskij non ce ne sono affatto. Dobbiamo dunque sperare e pregare perché venga posto rimedio a questo radicale squilibrio. E’ difficile dire come ciò potrebbe accadere, ma sta di fatto che per lasciarci davvero alle spalle la crisi in atto ne abbiamo urgente bisogno.

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