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MONDO CHE CAMBIA

L’ordine internazionale non può fare a meno della giustizia e della verità

Dopo il discorso di Leone XIV al Corpo diplomatico, il Segretario di Stato vaticano delinea la nuova postura della Chiesa: contro il multipolarismo della potenza, la Santa Sede rilancia il realismo della giustizia.

Ecclesia 03_02_2026
Mons. Pietro Parolin e Papa Leone XIV (AP)

Le parole pronunciate dal Papa davanti al Corpo diplomatico, lo scorso 9 gennaio, hanno risuonato in modo forte, offrendo profondi spunti di riflessione. Un intervento, quello di Prevost, che si è mosso sui fili di un rinnovato ripristino del “realismo” (come è stato ben sottolineato sulla Bussola), quale categoria fondamentale attraverso cui leggere la realtà e difendere l’umano, preservando l’istanza etica che esso reca con sé.

Per lo più sotto silenzio, invece, è passata la lectio magistralis tenuta dal Segretario di Stato Parolin, in occasione del 325esimo anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica. A differenza dell’allocuzione petrina, Parolin si è soffermato sull’analisi del contesto internazionale, precisando sin da subito il fine del suo intervento: «la sfida è saper offrire non un semplice apporto […] ma una visione del futuro fatta di riflessioni, di idee e possibilità concrete».

Una «visione del futuro» che trae alimento da un contesto globale che ribolle e dalla missio divina che chiama in causa in modo urgente. Secondo il Segretario di Stato vaticano, la situazione internazionale si trova dinanzi a uno snodo simile a quello del XVI Secolo, ossia a una nuova epoca segnata dall’«allargamento» del mondo. In quel preciso momento storico, fu la Scuola di Salamanca – e il suo capofila Francisco de Vitoria – ad aggiornare «la visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino».

Nella situazione attuale, per poter essere fari di speranza e vettori di cambiamento, occorre che la Santa Sede e la sua diplomazia ritornino a pensare l’esigenza di «giustizia». Parolin spiega che l’edificazione del bene comune è possibile solo «se abbiamo coscienza che la pace rimane frutto della giustizia e non solo una conseguenza del buon agire». A tale riguardo, e lungi da interpretazioni riduttive, occorre essere consapevoli che «una difesa efficace della giustizia deve appoggiarsi sulla verità dell’uomo, creato ad immagine di Dio e chiamato alla grazia della filiazione divina», ricordava Joseph Ratzinger.

È a partire da questa esigenza di verità inscritta nell’umano che si innesta una modalità di azione rigorosa, la quale, anziché rifugiarsi in scenari fantasiosi, preferisce calarsi nella complessità della realtà. È quest’ultima a parlare, ad essere rivelatrice di dati, a dover essere «decodificata» dalla ragione.

Ora, l’attuale contesto internazionale presenta un quadro della situazione internazionale molto più intricato di quanto non sembri. Ed è a questo punto che l’analisi del Segretario di Stato vaticano si mostra assai interessante. Più che di singoli Stati che agiscono in spregio del diritto e delle istituzioni internazionali, fa notare Parolin, si fa strada un «multipolarismo» che presenta caratteristiche ben precise: è «ispirato dal primato della potenza»; è «regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza»; è contrassegnato «dalla determinazione di preservare confini statali e ultrastatali pensando che siano impermeabili». Ma ciò che costituisce il suo «fattore caratterizzante», è il «ricorso al conflitto […] che spesso non si limita al solo uso delle armi, ma sorregge orientamenti politici, sistemi di alleanze, diversa allocazione di risorse all’interno degli Stati».

Ricordiamo che tra i più noti teorici del multipolarismo vi è lo studioso russo Alexandr Dugin, da sempre ritenuto vicino all’entourage del presidente Putin e, addirittura, suo ispiratore. Il modello promosso da Dugin postula un ordine internazionale alternativo, fondato «sul paradigma di civiltà peculiari e Grandi Potenze» (La quarta teoria politica, 2019). Il costituirsi di quest’ultime dovrebbe avvenire su base regionale ed essere di natura transnazionale. La comunanza di geografia e valori religioso-culturali o anche semplicemente politici, andrebbe a costituire il cemento di questi «poli» che, secondo il pensatore russo, dovrebbero contribuire a riconfigurare l’ordine internazionale del futuro. Tanto per fare qualche esempio, secondo Dugin l’Unione Europea rappresenterebbe uno di questi poli; lo stesso dicasi per un’unione euroasiatica guidata dalla Russia, o un’unione islamica, un’unione sudamericana ecc.

Benché presentata come soluzione «ideale» e «democratica», il suo funzionamento riposerebbe in ultimo sull’atteggiamento e sulla volontà dei singoli attori, e non su un sistema effettivo di legalità internazionale. Con il fondato rischio, dunque, che il desiderio di autonomia politica o di sovranità (assolutamente legittimo), si trasformi ben presto in un’esibizione muscolare di autosufficienza, a detrimento dei Paesi più piccoli (tramite il ripristino delle sfere d’influenza) e dell’intero quadro internazionale.

Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump, da questo punto di vista, appare costellato da un ambiguo incontro-scontro con un simile modo di approcciarsi alla realtà internazionale. Non a caso si ha la sensazione che il discorso di Parolin si adatti anche al vestito a stelle e strisce. Infatti, anche se l’approccio multipolare si oppone all’unipolarismo statunitense, condivide con esso i presupposti esistenziali, ossia il disinteresse verso gli altri: «quell’atteggiamento che emerge di fronte alla richiesta di assumere, ciascuno, la propria responsabilità e [che] riecheggia le parole di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4, 9)».

Il ripristino di una condizione di legalità internazionale effettiva, viceversa, non può che passare da un approccio fondato sul realismo e su una rigenerazione morale. La strada del multilateralismo può portare frutti di pace soltanto se è presente la disposizione ad accogliere e a difendere l’istanza di giustizia che ogni uomo rivendica, e che parla il linguaggio della verità.

L’azione diplomatica della Chiesa darà i suoi frutti soltanto se terrà bene a mente le parole che Carl Schmitt riversò, oltre un secolo fa, in un libricino caduto nel dimenticatoio: Cattolicesimo romano e forma politica (1923): In esso scrive «La Chiesa rappresenta la civitas humana, rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’incarnazione e il sacrificio in croce di Cristo […]. Nel rappresentare sta la sua superiorità su di un’epoca di pensiero economico».