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il dibattito

L'ora di religione si salverà solo con la libertà educativa

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Solo in un contesto di libertà di educazione potrebbe configurarsi una diversa collocazione della materia. Perché l'IRC nasce storicamente come un corpo estraneo in un organismo espressamente contro la Chiesa Cattolica.

Editoriali 29_01_2024

Il 10 gennaio scorso il cardinale Zuppi e il ministro Valditara hanno firmato l’accordo per l’immissione in ruolo di circa 6400 insegnanti.  A quasi vent’anni dal primo e, fino ad oggi, unico concorso per IRC, migliaia di docenti cronicamente precari possono tirare un sospiro di sollievo e concorrere per stabilizzare finalmente la propria posizione lavorativa. È sicuramente un bene, da punto di vista occupazionale, ma resta comunque aperto il dibattito sul senso e valore di tale insegnamento nella scuola dello Stato.

Sul tema, è uscito in questi giorni un interessante  articolo di Stefano Fontana, che delinea in modo puntuale e, ahimè, anche impietoso, la situazione odierna dell’insegnamento in questione, offrendo numerosi spunti di riflessione e di dibattito. In sintesi, si afferma, con il concorso «la situazione dell’IRC illude la Chiesa italiana di essere efficacemente sul campo quanto a formazione, ma così non è. Essa dipende dallo Stato e dalle ideologie che entrano nella scuola statale. Lo stato di salute di questo insegnamento ci dice che con esso la Chiesa si riduce ad una minoritaria agenzia formativa di una non meglio precisata etica umanisticheggiante».

Si tratta di una analisi veritiera che riguarda la gran parte dei casi, purtroppo; è questo, tuttavia, un problema di natura strutturale, non certo una novità, tant’è vero che il dibattito su questo tema non è nato oggi, ma, potremmo dire, ha accompagnato l’insegnamento della Religione Cattolica nella scuola statale sin dai suoi esordi. Indubbiamente, alcune criticità oggi emergono con la massima evidenza, anche a causa del mutato contesto sociale e culturale generale.

Senza alcuna pretesa di completezza, e consapevole di introdurre opinioni che potrebbero sollevare numerose obiezioni, vorrei inserirmi in tale annoso dibattito e, per aiutare a comprendere meglio la natura del problema, abbozzare un sintetico excursus storico.

Occorre ricordare, infatti, che la scuola di Stato è nata fondamentalmente in contrapposizione alla Chiesa, che storicamente era la prima e quasi unica “agenzia formativa” del territorio; come è noto, ottenuta nel 1861 l’unificazione italiana e la costituzione del Regno d’Italia, la massoneria piemontese - che ne era stata l’ideatrice e il motore - si trovò ad affrontare i problemi economici e sociali che affliggevano un  giovane stato che non poteva contare su solide basi, dal momento che era nato contro la volontà della Chiesa Cattolica e che la maggioranza della popolazione, convintamente cattolica, non aveva partecipato al movimento risorgimentale.

In questo problematico contesto maturò l’intenzione di intervenire rapidamente in ambito educativo. Se ciò si inseriva nel solco della tradizione “filantropica” perseguita dalla libera muratorìa, il progetto acquisì un ulteriore significato, quello cioè di contribuire alla formazione di una identità e coesione nazionale. Era necessario, insomma, “plasmare” i cittadini del nuovo Stato. Agli occhi dei “fratelli” italiani, impregnati di pensiero positivista, l’educazione (o, meglio, un “certo tipo” di educazione) avrebbe portato all’allontanamento morale e materiale dei ceti popolari dalla Chiesa e dal clero. E avevano ragione, purtroppo….

Sfilata dalla mani degli ordini religiosi la gestione delle scuole, non era però plausibile né conveniente – dato il contesto sociale - eliminare radicalmente e apertamente ogni riferimento alla Chiesa e alla religione cattolica, pertanto un piccolo spazio all’insegnamento religioso fu riservato sempre, all’interno della scuola statale, pur fra alti e bassi, fino ad una prima  “stabilizzazione” nei Patti Lateranensi del 1929 e, successivamente, alla definizione concordataria del 1984. Del resto, per i fautori di una scuola laicista e anticattolica, si trattava solo di avere un po’ di pazienza: il processo di laicizzazione prima o poi avrebbe dato i suoi frutti. Oggi sono evidenti.

Nel frattempo, un’ora alla settimana di insegnamento, sistematicamente ostacolata, marginalizzata e dileggiata, poteva essere tollerata. Anzi, a ben guardare, la sua conclamata ghettizzazione nella scuola di Stato, stava quasi a ricordare a tutti, e a futura memoria, l’insignificanza del fenomeno religioso in una società italiana sempre più edonista, relativista e laicista. Insomma, una bandiera a rovescio.  Ci fu qualcuno, nel mezzo dei frequenti dibattiti su questo tema, suscitati soprattutto da alcune sentenze dei TAR (sempre avverse all’IRC…) che l’aveva compreso, ma non fu preso sul serio.

Nell’anno 2006, uscì sul quotidiano La Stampa un’intervista al giornalista Vittorio Messori, secondo il quale era meglio abolire l'ora di religione, perché «in una prospettiva cattolica la formazione religiosa può solo essere una catechesi e, nelle scuole statali, che sono pagate da tutti, non si può e non si deve insegnare il catechismo». Una polpetta indigesta, tanto più perché considerata “fuoco amico” per migliaia di insegnanti di religione in servizio. Per onestà, tuttavia, va anche detto che lo stesso Messori, rispondendo a chi chiedeva chiarimenti in merito, sottolineava che aveva chiesto al collega che gli aveva fatto l'intervista «di mettere in rilievo la mia stima solidale per l'impegno spesso impossibile dei docenti» e che desiderava «mantenere la stima e l'amicizia di questi cristiani eroici su cattedre sempre più minacciate».

Certamente, l’accostamento di insegnamento e catechismo eseguito da Messori non era l’approccio più adeguato al problema, ma non voleva sicuramente essere una difesa della laicità dello Stato: anzi, tra le righe, si può leggere la consapevolezza che un siffatto insegnamento, all’interno del quadro giuridico e istituzionale (svilente) che gli era stato assegnato, aveva solo da perderci.

Del resto, l’insegnamento della Religione è stato inserito e considerato, sin dall’inizio, come un corpo estraneo in un organismo nato espressamente contro la Chiesa Cattolica, e dunque con tutte le contraddizioni e le debolezze che una simile situazione può generare.

Ad alimentare l’equivoco “insegnamento-catechismo” e le conseguenti contraddizioni, come spiegava lucidamente il prof. Nicola Incampo (uno dei massimi esperti nazionali di IRC), ha contribuito anche il fatto che la materia è stata inserita come esito di un atto concordatario tra Stato e Chiesa: «È chiaro – scriveva Incampo - che va ben distinto l'IRC dalla catechesi e va anche dato atto che quell'insegnamento non dovrebbe essere frutto di un Concordato, perché è esigenza fondamentale della scuola e di qualsiasi scuola, è quella mettere i cittadini di una nazione a contatto con i valori fondanti di una civiltà e tra essi non sono da meno i valori religiosi e non quelli generici ma specifici della religione di quel popolo». Tant’è vero, proseguiva, che «la conoscenza della espressione religiosa di un popolo fa parte della conoscenza della civiltà di quel popolo, perché quella determinata fisionomia religiosa ha dato origine in passato a tante espressioni di quella civiltà nella letteratura, nell'arte, nell'architettura, negli usi e nelle tradizioni che fanno parte della vita di quel popolo e, se quella forma religiosa è ancora viva, continua anche oggi a influire nelle varie espressioni vitali di quella nazione».

Insomma, volendo, ci sarebbero state - e senza necessità di atti concordatari - più che valide ragioni per autorizzare una disciplina scolastica con ben altro peso e dignità, ad ogni livello, con un monte ore settimanale adeguato, i medesimi diritti delle altre discipline. Purtroppo, ne siamo molto lontani e tali valide argomentazioni fanno solo da paravento a una materia che ormai ha tutt’altra fisionomia, esito delle forti limitazioni imposte da un quadro giuridico storicamente “ostile”, al quale si aggiunge, soprattutto oggi, «l'ampia accondiscendenza di tanti docenti verso il mainstream, per non sembrare troppo cattolici».

Trattandosi di un problema strutturale, cioè risalente alla sua origine storica e costitutiva, non è possibile pensare in prospettiva a una diversa e più dignitosa collocazione della materia nel contesto scolastico italiano. Tanto più che ormai il sentimento dominante in buona parte della popolazione italiana verso la religione cattolica è l’indifferenza. Le ancora alte percentuali di scelta degli alunni per la materia scolastica, non attengono perlopiù ad una reale consapevolezza circa il valore o il possibile contenuto della disciplina, ma prevalentemente a calcoli di convenienza o semplice inerzia.

Solo in un contesto diverso, caratterizzato da una reale libertà di educazione o, addirittura, da uno Stato apertamente e realmente cristiano cattolico, potrebbe configurarsi una diversa collocazione della materia nella scuola. Resta solo alle scuole parentali la possibilità di strutturare diversamente lo studio della Religione, ma in questo caso parliamo di una più che minuscola parte del sistema scolastico italiano.

Ben venga, allora, il concorso per stabilizzare i tanti lavoratori impegnati nell’IRC.  Non saranno certamente risolte le contraddizioni e le debolezze strutturali della disciplina scolastica, ma almeno potranno guardare con più serenità alla propria situazione contrattuale.  La speranza è che questi insegnanti, mossi da vera fede, nei pochi minuti settimanali a loro disposizione, possano almeno accendere nei cuori dei loro alunni il desiderio e il presentimento di una vera umanità (compito che, in realtà, atterrebbe all’insegnante cristiano di ogni disciplina). Grazie a Dio, pur in mezzo alle purtroppo tantissime situazioni discutibili, bisogna riconoscere che talvolta accade. E non è poco. Per il resto, dovremo attendere tempi migliori, quando sarà terminata la tempesta anticristiana iniziata negli ultimi secoli e la religione cattolica sarà riconosciuta e apprezzata per ciò che davvero è ed è stata per ogni uomo e per la nostra civiltà.