Licenziare il “falco” Ben-Gvir, in Israele la crisi si fa sistemica
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Il discusso ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir è una delle figure più controverse del governo di Netanyahu. Sabato si è recato a pregare sulla spianata delle moschee, alimentando tensione. L'Alta Corte deciderà domani, in un contesto di forti scontri di piazza.
Petizione popolare presentata ai giudizi dell’Alta Corte per costringere il primo ministro Benjamin Netanyahu a licenziare Itamar Ben-Gvir. In Israele, lo scontro politico ha ormai superato, da tempo, la soglia della normale dialettica istituzionale, assumendo i tratti di una contrapposizione profonda, quasi strutturale, che interessa contemporaneamente governo, magistratura e piazza. Non si tratta più di contrasti episodici o di una fisiologica tensione tra poteri dello Stato, ma di una spirale che si autoalimenta, in cui ogni decisione giudiziaria diventa un atto politico e ogni scelta politica si trasforma in una sfida diretta all’architettura costituzionale del Paese.
Al centro di questa frattura c’è ancora una volta il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, figura tra le più controverse e divisive dell’attuale panorama politico israeliano, esponente di una destra radicale che negli ultimi anni ha progressivamente spostato il baricentro del dibattito pubblico, normalizzando posizioni un tempo considerate inaccettabili nel perimetro istituzionale.
La nuova miccia è la petizione presentata all’Alta Corte di Giustizia d’Israele, con la quale si chiede al primo ministro Benjamin Netanyahu di rimuovere Ben-Gvir dall’incarico ministeriale. Una richiesta che entra direttamente nel cuore del rapporto tra potere esecutivo e controllo giurisdizionale, sollevando una domanda di fondo che oggi attraversa l’intero sistema politico israeliano: chi può dire l’ultima parola nella formazione e nella composizione del governo? La reazione di Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere, respingendo con fermezza l’idea stessa che la Corte possa intervenire sulla composizione dell’esecutivo, non disponendo i giudici del mandato costituzionale che consente di rimuovere un ministro sulla base della qualità delle sue decisioni politiche o amministrative.
È una linea di difesa che non lascia spazio a mediazioni: la legittimità del governo, nella visione del primo ministro, discende esclusivamente dal voto popolare e non può essere ridiscussa in sede giudiziaria. Nel documento presentato dall’esecutivo, il tono si fa ancora più duro. Il governo chiede esplicitamente all’Alta Corte di «rispettare la sovranità dell’esecutivo», di respingere le petizioni e di astenersi da qualsiasi intervento che possa alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, avvertendo che un’ingerenza di questo tipo rischierebbe di produrre «gravi danni alla separazione dei poteri». Un linguaggio che non è soltanto tecnico, ma palesemente politico, e che certifica l’irrigidimento e la contrapposizione nei rapporti istituzionali.
Ma è proprio la figura di Ben-Gvir a rendere questa crisi diversa dalle precedenti. Non si tratta di un ministro marginale, né di un profilo tecnico inserito per equilibri di coalizione. È, al contrario, uno dei simboli più visibili di una linea autoritaria e intransigente, spesso accusata di alimentare tensioni interne e di aggravare le fratture sociali già esistenti nel Paese. La sua presenza al governo è diventata l’occasione di un conflitto permanente. E mentre nelle aule si combatte questa battaglia istituzionale, sul terreno Ben-Gvir continua a muoversi come protagonista di una strategia che sfida apertamente gli equilibri più delicati.
All’alba di sabato scorso si è recato sulla Spianata delle Moschee, nella Città Vecchia di Gerusalemme, e - secondo alcuni video diffusi dai media arabi - ha pregato. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun tentativo di smorzare la portata del gesto. Il Monte del Tempio è uno dei punti più sensibili e contesi di Gerusalemme, dove si sovrappongono sacralità e conflitto politico. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 è stato definito uno status quo fragile: accesso consentito agli ebrei, ma senza preghiera, e gestione affidata alla Giordania. Un equilibrio da anni sotto pressione. Proprio per questo, il gesto attribuito a Ben-Gvir assume la portata di una sfida politica, inserendosi in un contesto già carico di tensione e simbolicamente esplosivo. In questo scenario, la crisi non riguarda più soltanto il rapporto tra Corte e Governo, ma investe direttamente la definizione dei limiti della democrazia israeliana: fino a che punto la magistratura può controllare l’esecutivo? Dove finisce l’autonomia politica e dove inizia il potere di bilanciamento dei giudici? E soprattutto, chi ha il diritto di interpretare la volontà popolare quando istituzioni diverse la rivendicano in modo opposto?
Netanyahu, nel difendere Ben-Gvir, sceglie di blindare non solo un ministro, ma un’intera architettura di potere, trasformando il caso in una battaglia identitaria sulla natura stessa dello Stato. E mentre lo scontro istituzionale si irrigidisce, la tensione si trasferisce nelle strade.
Sabato scorso, a Tel Aviv, è stata organizzata una delle più imponenti manifestazioni antigovernative delle ultime settimane. Migliaia di persone hanno riempito piazza Habima, in una mobilitazione che ha assunto rapidamente i contorni di una protesta di massa contro l’attuale esecutivo. Il limite di 1.000 partecipanti, stabilito in precedenza dall’Alta Corte - in un contesto ancora condizionato dall’emergenza bellica - è stato ampiamente superato. Dopo il fragile cessate il fuoco della settimana precedente, le restrizioni erano state solo parzialmente allentate. Eppure, secondo gli organizzatori guidati da Alon Lee Green, in piazza si sarebbero radunate circa 10.000 manifestanti. Stime più caute parlano, comunque, di almeno 2.000 manifestanti: un numero, che anche nella sua versione più prudente, supera abbondantemente i limiti imposti dalla sicurezza.
Si tratta della sesta settimana consecutiva di mobilitazione, segno di un movimento ormai stabilizzato e sempre più composito. Accanto ai gruppi della sinistra, contrari alla prosecuzione del conflitto con l’Iran, si sono affiancate organizzazioni civiche che accusano il governo di corruzione e di un progressivo svuotamento delle istituzioni democratiche. Si protesta contro la riforma del sistema giudiziario e contro la proposta di esenzione dal servizio militare per gli studenti ultraortodossi, tema che continua a lacerare il tessuto sociale israeliano. Sul piano operativo, la giornata è stata segnata da dispositivi di sicurezza particolarmente imponenti. Una dozzina di furgoni della polizia di frontiera è stata schierata ai margini dell’area, mentre unità specializzate hanno occupato punti sopraelevati per controllare l’intera piazza dall’alto. La presenza delle forze dell’ordine ha reso evidente la tensione latente.
La manifestazione è stata anche attraversata da momenti di frizione. Un gruppo di attivisti di destra, guidato da Mordechai David, ha tentato di avvicinarsi al cuore della protesta, venendo inizialmente respinto dagli organizzatori. È poi intervenuta la polizia di frontiera per allontanare i facinorosi dall’area principale. Il risultato è un quadro sempre più complesso e instabile: nelle istituzioni, la battaglia tra governo e Alta Corte si fa frontale; nelle piazze, la protesta si consolida e si espande; nella società, le linee di frattura diventano sempre più profonde. E in mezzo a tutto questo resta la figura di Itamar Ben-Gvir, che trascende il ruolo di semplice ministro per diventare punto di riferimento dello scontro: simbolo politico, detonatore istituzionale e catalizzatore di una crisi che non è più solo governativa, ma sistemica.

