Libano e Stretto di Hormuz infiammano i negoziati a Lucerna
I colloqui in Svizzera vivono già momenti difficili per gli attacchi di Israele in Libano e per le minacce di Trump all'Iran che aveva annunciato la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz come ritorsione.
Sebbene il memorandum di intesa (MOU) in quattordici punti siglato la settimana scorsa a Versailles da Donald Trump e controfirmato dal Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran preveda che i firmatari “e i loro alleati” si impegnino a cessare le ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano, Israele ha fatto sapere chiaramente di non sentirsi vincolato a rispettare tale clausola.
L'esercito israeliano (Idf) ha così continuato ad attaccare in Libano, dando luogo ad un'ennesima, atroce escalation militare che ha provocato centinaia di vittime in pochi giorni, per lo più famiglie intere rientrate alle loro residenze dopo l'annuncio dell'accordo tra USA e Iran. Tra le vittime si registrano anche due paramedici, freddati mentre erano in servizio a Habboush, e un soldato dell'esercito libanese.
«Per ogni lacrima versata da una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere», ha dichiarato il ministro israeliano alla Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir alla notizia della morte di quattro soldati dell'Idf - tra cui il comandante del 52esimo battaglione della 401esima brigata - uccisi il 18 giugno a Kfar Tebnit, distretto di Nabatyie, da un drone di Hezbollah. Arrivati a questo punto, su pressione americana lo Stato Ebraico ed il Partito di Dio avrebbero acconsentito ad un cessate-il-fuoco – mai ufficializzato ma nemmeno smentito - a partire dalle quattro del pomeriggio di venerdì 19 giugno, ora di Beirut, «per non compromettere l'accordo USA – Iran».
Eppure gli attacchi israeliani non si sono fermati; sabato 20 giugno è stata una giornata particolarmente sanguinosa che ha visto l'Idf utilizzare bombe al fosforo bianco in attacchi multipli sul sud del Paese e sulla valle della Bekaa in risposta, secondo l'esercito israeliano, a più di cinquanta proiettili lanciati da Hezbollah contro le truppe di Tel Aviv in territorio libanese.
Com'era prevedibile, l'Iran ha annunciato di aver chiuso lo Stretto di Hormuz (anche se, secondo gli Stati Uniti, le imbarcazioni hanno continuato a passare) e condizionato i colloqui di pace con gli USA alla cessazione delle ostilità da parte di Israele. Poco dopo, «in coordinamento con gli Stati Uniti», il premier israeliano Netanyahu avrebbe ordinato obtorto collo all'Idf di fermare gli attacchi in Libano; i negoziati previsti al Bürgenstock Resort, albergo di lusso di proprietà qatariota sulle montagne svizzere, hanno preso dunque regolarmente il via domenica 21 giugno alla presenza del vicepresidente USA J. D. Vance, del Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf, del suo Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dei mediatori del Pakistan e del Qatar. Anche se hanno avuto poco dopo una sospensione come reazione dell'Iran alle nuove minacce di Trump se lo Stretto di Hormuz viene richiuso.
A negoziati in corso Trump avrebbe dichiarato al telefono a Trey Yingst, di Fox News: «Ho ingiunto all'Iran di impedire immediatamente ai suoi proxies ben pagati nel Libano di causare guai», pena nuovi duri attacchi «come quelli della settimana scorsa, e anche più forti». Il Presidente USA avrebbe aggiunto: «Se (gli iraniani, ndr) chiudono lo Stretto, non avranno più un Paese». Trump avrebbe anche espresso a Yingst il suo disappunto nei confronti di Israele, incapace di «fare alcunché senza buttar giù palazzi nel Libano», dichiarandosi «sul punto di trasferire il dossier di Hezbollah alla Siria e di conferire il potere (di eliminare Hezbollah, ndr) al Presidente Al Sharaa».
La delegazione iraniana al Bürgenstock Resort avrebbe rifiutato la foto di rito assieme alla controparte americana. Poche ore prima dell'inizio dei colloqui il Ministro della Difesa dello Stato Ebraico, Israel Katz, aveva dichiarato che l'esercito israeliano «continuerà a operare contro le minacce all'interno del Libano e resterà nella “Zona di sicurezza” stabilita in territorio libanese». L'esercito israeliano «non ha restrizioni» in Libano, aveva aggiunto. A primo round di negoziati concluso, gli ha fatto eco Netanyahu che ha ribadito ancora una volta che le forze israeliane resteranno in Libano «finché sarà necessario».
Dal canto suo l'anziano leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato che «un cessate-il-fuoco che garantisce a Israele libertà di movimento è una prosecuzione dell'aggressione», che la milizia sciita «non accetterà».
Frattanto, nel pomeriggio di domenica 21 giugno il Ministero libanese della Salute Pubblica ha aggiornato il numero delle vittime del fuoco israeliano dal 2 marzo scorso: sono 4106, 49 solo nelle ventiquattr'ore precedenti. 12.153 i feriti. Come si apprende, durante la giornata l'esercito libanese ha riaperto le strade principali dei villaggi del sud di Debbine e Blat, e neutralizzato le bombe israeliane rimaste inesplose in decine di località. Ai residenti delle regioni del sud e delle valle della Bekaa è stato sconsigliato di rientrare nelle loro case, nel timore di nuovi attacchi israeliani nonostante il cessate il fuoco.
