L'arrivo del Papa è un conforto per un Libano disastrato
Leone XIV è arrivato ieri pomeriggio a Beirut e ha subito incontrato le autorità politiche, mentre non si sono fermati gli attacchi dell'esercito israeliano in territorio libanese. «Un miracolo e un dono avere qui il Papa in preparazione al Natale».
da Beirut
Ieri pomeriggio, domenica 30 novembre, il Santo Padre Leone XIV è arrivato in Libano per la seconda tappa, dopo la Turchia, della sua prima visita apostolica. Accolto in aeroporto dal Nunzio Apostolico in Libano monsignor Paolo Borgia e dalle massime istituzioni libanesi - il presidente della Repubblica Joseph Aoun, il primo ministro Nawaf Salam e il presidente della Camera Nabih Berri - il Papa è stato accompagnato immediatamente al palazzo presidenziale di Baabda, dove ha interloquito con le più alte cariche dello Stato. Nel suo primo discorso in terra libanese Leone XIV ha detto parole di pace, ha affermato che il Paese è un «faro di resilienza, speranza e cooperazione», ha sottolineato l’importanza delle donne ai fini della costruzione della pace, ha apprezzato la capacità dei giovani di «esprimere la speranza e i sogni di un intero popolo».
«Anche se non cambierà niente, la presenza del Papa in Libano è già di per sé un miracolo!». Parla così a La Nuova Bussola Quotidiana Stacy, una giovane cattolica maronita. «Sappiamo bene che nessuno può far nulla per il Libano in questo momento: troppo corrotto il nostro governo, troppo grave la nostra situazione politica e finanziaria. Eppure il Papa ha fatto moltissimo venendo qui. Domenica scorsa, dopo l’attacco israeliano alla periferia di Beirut temevamo che il Vaticano avrebbe cancellato la visita, e invece l’ha confermata».
In effetti la situazione libanese è dolorosamente ingarbugliata, e anche il mosaico di confessioni religiose presenti sul territorio, cristiane e musulmane, è estremamente sfaccettato (solo in seno alla Chiesa cattolica sono sei le denominazioni presenti in Libano). Negli ultimi cinque anni il Paese ha subito un rapido, e ad oggi inarrestato, tracollo. All’inizio del 2020 il Libano fu dichiarato “failed State” - Stato fallito - non essendo il governo riuscito a ripagare il debito contratto con l’estero. Come conseguenza, l’inflazione ha iniziato a crescere velocemente e i correntisti hanno assistito impotenti in questi ultimi anni all’erosione fino all’azzeramento dei propri risparmi nelle banche.
Il 4 agosto, sempre del 2020, l’esplosione al porto di Beirut ha provocato circa 230 vittime, lasciato centinaia di migliaia di persone senza casa e distrutto vaste aree della Capitale. Infine, l’appoggio di Hezbollah all’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 ha trascinato il Libano in una guerra con lo Stato Ebraico che ha causato - secondo il Ministero della salute pubblica libanese - più di 4000 morti nel Paese di cui circa la metà civili, 16000 feriti, quasi un milione e mezzo di sfollati e centinaia di villaggi distrutti.
Nei dodici mesi successivi alla tregua stipulata tra il Paese dei Cedri e Israele il 27 novembre 2024 - garanti Francia, Stati Uniti e Paesi del Golfo - in violazione del cessate il fuoco IDF (l'esercito israeliano) ha effettuato 1038 attacchi in territorio libanese uccidendo altre 335 persone circa e ferendone 973.
In tutto ciò il nuovo governo del Libano, formatosi nel gennaio scorso, subisce da mesi importanti pressioni da parte degli USA - primo alleato di Israele nel mondo, nonché deus ex machina della nuova compagine istituzionale libanese - affinché l’esercito del Libano disarmi Hezbollah; il governo però è troppo debole per imporre alla milizia sciita di consegnare le armi e allo stesso tempo per opporsi alle aggressioni israeliane.
Il dato più preoccupante è che le operazioni di IDF non sembrano fermarsi nemmeno in occasione della visita del Santo Padre, anzi, sembrano seguire un pattern di graduale ma continua escalation; sabato 29, alla vigilia dell’arrivo del Papa in Libano, l’aviazione israeliana ha effettuato un attacco nell’area di confine di Wadi Alma al Shaab, di cui mentre scriviamo non si conoscono le conseguenze.
Ieri pomeriggio, in coincidenza dell’atterraggio del Papa all'aeroporto di Beirut, IDF ha lanciato bombe incendiarie sui villaggi di Beit Lif and Ramia, vicino al confine con Israele.
La macchina organizzativa della visita papale intanto è andata avanti, tetragona agli eventi, frenetica in questi ultimi giorni: il governo libanese e la presidenza della Repubblica hanno profuso ingenti risorse, allestito opere imponenti ed approntato misure di sicurezza straordinarie per l’occasione. Lungo la via dell'aeroporto l’esercito ha schierato centinaia di uomini armati di mitra ad accogliere un uomo solo, disarmato. Per la Santa Messa, che il Papa celebrerà domani, martedì, sono state posizionate 70.000 sedie, e i biglietti gratuiti sono esauriti da tempo. Dopo gli incontri avvenuti ieri sera con le istituzioni libanesi il Santo Padre seguirà a partire da stamane un itinerario definito “simbolico” tra i principali santuari cristiani nei dintorni di Beirut, in una sorta di amaro Truman Show che non prevede soste nei luoghi di maggior sofferenza della popolazione né visite alle antichissime chiese delle altre regioni del Paese, come la cattedrale greco-cattolica di Tiro, città fenicia tappa della predicazione di Gesù.
Nonostante gli sforzi delle istituzioni per rendere “presentabile” un Paese gravemente sotto attacco, la strada che il Santo Padre ha percorso per arrivare al palazzo presidenziale ha lambito comunque la sofferenza dei libanesi, o almeno di parte di essi: il raid israeliano di domenica scorsa ad Haret Hreik, periferia sud di Beirut in cui e stato ucciso un alto papavero di Hezbollah, è avvenuto a pochi chilometri dall'aeroporto.
Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut, alla guida della diocesi di rito latino di tutto il Libano, è estremamente realistico sulle condizioni del Paese che il Papa incontra in questi giorni. Nell’imminenza della visita papale, monsignor Essayan ha dichiarato ad Avvenire: «Nel Sud continuano gli attacchi. … non è chiaro se si intenda preparare una nuova guerra o si vogliano marcare punti in vista di eventuali negoziati. L’auspicio è che si vada verso la pace: non una pace qualsiasi … un accordo di prospettiva che dica davvero come far tacere le armi». Secondo il prelato, il futuro del Libano «dipende da molteplici fattori internazionali … Stati Uniti, Israele, Iran fanno pressioni. E il nostro popolo sta nel mezzo. Un popolo povero e silenzioso che sopravvive e attende: non ha le carte in mano per scrivere il proprio destino».
La giovane Stacy non ha dubbi: nutre sentimenti di ottimismo, fiducia e riconoscenza per l’arrivo del Santo Padre, comunque andranno le cose e nonostante i pochi giorni della visita: «Lei non sa che dono è avere il Papa qui, poco prima di Natale. Noi libanesi, cristiani e musulmani, siamo abituati a pregare, resistere e sperare, ed è forse questo che ci tiene ancora in vita nonostante tutto».

