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magnifica humanitas

La sinodalità inquina anche il ritorno della Dottrina sociale

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Cosa è cambiato tra Leone XIV e Leone XIII, ma anche rispetto al più recente san Giovanni Paolo II? Fra il magistero sociale dell'uno e degli altri c'è di mezzo il nuovo paradigma sinodale che impone il passaggio da "corpus dottrinale" a "discernimento comunitario".

Editoriali 28_05_2026
Foto Vatican Media/LaPresse

La ripresentazione organica del quadro complessivo della Dottrina sociale della Chiesa da parte di Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas va apprezzata, come notavamo in un precedente articolo. Va anche però analizzata in modo più approfondito che non sia una visione sintetica d’insieme. Le sfumature sono importanti. I punti da esaminare sono soprattutto due: il rapporto con Leone XIII, dato il legame esplicito dell’enciclica nei suoi confronti, e poi se ci siano delle novità rispetto agli insegnamenti più recenti, soprattutto di Giovanni Paolo II, che aveva definito con precisione e, secondo qualcuno, in via definitiva la natura della Dottrina sociale della Chiesa.

In un articolo immediatamente successivo al primo discorso da pontefice di Leone XIV ci si chiedeva cosa di preciso egli avesse ripreso dal suo predecessore di cui aveva scelto il nome. Ora possiamo rifarci quella domanda e cercare la risposta nella nuova enciclica. Per Leone XIII il bene comune era la società cristiana che egli dipinse nella Immortale Dei. Egli non considerava le “cose nuove” per trarne spunti per riconsiderare il cristianesimo e renderlo più comunicativo con le esigenze della modernità, ma le condannava, assieme alla libertà dei moderni, la democrazia che rende il popolo arbitro di se stesso, e confermava il principio che l’autorità viene da Dio. Il vero ed unico problema era per lui il ritorno a garantire a Dio non solo un “diritto di cittadinanza” alla pari degli  dèi, ma una unicità assoluta di primato pubblico.

Queste dimensioni non sono presenti nella ripresa di Leone XIII da parte dell’attuale Leone. Su tutti questi aspetti la Chiesa ha cambiato impostazione, ritenendole dimensioni periferiche legate ai tempi e non relative al “nocciolo” della proposta cristiana. Però Joseph Ratzinger faceva notare – nel suo libro Dogma e predicazione - che non è sempre chiaro fin dove arrivi l’affermazione di fede e dove la sua strumentalizzazione determinata dal tempo, quanto rientri nel nocciolo e quanto no. Questo è un problema ermeneutico molto insidioso.

Che Leone XIII non venisse recuperato per intero dalla Magnifica humanitas era cosa scontata e quindi non fa certo notizia. Oggi può essere considerata di maggiore interesse la questione di eventuali novità rispetto a Giovanni Paolo II. A nostro parere le novità ci sono e possono essere riassunte nel passaggio da “corpus dottrinale” a “discernimento comunitario”. Papa Wojtyla aveva detto nella Centesimus annus (1991) che la Chiesa stabilisce un «paradigma permanente … formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti» (n. 5). La stessa espressione «corpus dottrinale» era stata adoperata nella Sollicitudo rei socialis (1987) al n. 1, mentre ancora nella Centesimus annus aveva parlato di «forma sistematica» (n. 53). Si tratta di definizioni forti, in quanto si assegna alla Dottrina sociale il carattere di una vera e propria disciplina capace di conoscenza e di giudizio alla luce del proprio sapere. La Chiesa, come Chiesa, formula, analizza, si pronuncia, indica…

L’enciclica Magnifica humanitas dedica due capitoli alla presentazione della Dottrina sociale. Per il nostro discorso sono importanti i paragrafi dal 19 al 27 che contengono la definizione della sua natura come «discernimento comunitario», che sembra piuttosto diversa dalla precedente. L’espressione porta con sé alcune caratteristiche della nuova teologia morale e della nuova sinodalità. In questo quadro per discernimento non si intende più la decisione prudenziale di come agire in coscienza alla luce dei principi primi (che rimangono immobili nella loro forma sistematica), ma il rinnovamento degli stessi principi alla luce delle esigenze delle situazioni nuove che la storia ci propone.

Discernere non è più applicare, seppure con creatività, ma produrre una norma aggiornata, nella apertura a quanto il Signore sta già facendo nella storia: «il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto» (n. 22). La norma fa tutt’uno con la vita. L’aggettivo “comunitario” completa poi il quadro, indicando che la verità si cerca insieme in un unico processo da non limitarsi alla Chiesa, ma in comunione con le altre religioni e con l’umanità intera. La Chiesa, quindi, non formula, non analizza, non si pronuncia, non indica… ma compartecipa ad un processo.

Nel paragrafo 25 si dice che la verità non è un «possesso da rivendicare ma un dono da condividere» e che la Chiesa «non vuole alzare la bandiera della verità». Questa pretesa viene condannata perché trasformerebbe la fede in un «potere». La Dottrina sociale «non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario»; «La Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione». 

Sembrano espressioni già ampiamente sentite, soprattutto nel quadro della ”nuova sinodalità”, per il quale la comunione produce la verità anziché il contrario, comunione che in questo caso rischia la riduzione a consenso.
La Dottrina sociale come «sostegno al discernimento comune» (n. 24) presenta esigenze sicuramente diverse dalla sua definizione come «corpus dottrinale».



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