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conflitto senza fine

La guerra dei mille giorni che lascia Gaza senza speranza

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Mille giorni quel tragico 7 ottobre. Da una parte il ricordo di un attacco terroristico che ha sconvolto Israele e ferito la coscienza del mondo. Dall'altra, a Gaza, una catastrofe umanitaria che continua a consumarsi tra macerie, fame, malattie e disperazione.

Esteri 04_07_2026

Mille giorni potrebbero bastare ad una ferita, anche grave, per rimarginarsi. Per il Medio Oriente, invece, è accaduto l'esatto contrario. Dopo mille giorni da quel tragico 7 ottobre, la ferita continua a sanguinare, alimentata da una guerra che non solo non ha trovato una conclusione, ma progressivamente ne ha allargato il perimetro.

Erano le 6:29 del 7 ottobre 2023. Quella mattina Hamas diede il via ad una mattanza che causò circa 1.200 morti e il rapimento di centinaia di persone. Fu l’occasione che determinò una guerra che ha segnato, da allora in poi, la vita politica e sociale israeliana. Ieri, 2 luglio, alle 10, alla stessa ora in cui ogni anno, durante la Giornata della Memoria, le sirene risuonano in tutto Israele, il Paese si è fermato. Quel 7 ottobre, il mondo assistette attonito all'attacco sferrato da Hamas contro Israele. Fu un'azione terroristica di una brutalità che pochi avrebbero immaginato possibile: civili uccisi nelle proprie case, giovani massacrati durante il festival musicale di Nova, intere famiglie sterminate nei kibbutz vicini al confine con la Striscia di Gaza, prigionieri rapiti e condotti oltre la frontiera. Per Israele fu il giorno più drammatico dalla sua nascita, uno shock talmente intenso che mise in discussione il senso stesso della sicurezza nazionale e aprì una ferita destinata a segnare un'intera generazione.

Ma la storia non si è fermata a quel giorno.

La risposta militare di Israele a Gaza è stata violenta, spietata. Nel corso dei mesi ha assunto dimensioni sempre più vaste. I combattimenti hanno trasformato la Striscia in un territorio devastato, dove interi quartieri sono stati cancellati, e oggi la popolazione vive una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo. Ma quel lembo di terra palestinese non è soltanto un teatro di guerra. È un luogo dove la quotidianità coincide con la sopravvivenza. Milioni di persone vivono in condizioni di estrema precarietà.  

L'accesso all'acqua potabile rappresenta una delle emergenze più gravi. In numerose aree l'approvvigionamento è insufficiente, costringendo le persone a lunghe attese o al consumo di acqua non potabile. Anche il cibo continua ad arrivare, attraverso gli aiuti umanitari, in quantità limitate rispetto ai bisogni di una popolazione allo stremo, mentre il sistema sanitario, già fragile prima della guerra, opera da mesi in condizioni drammatiche, con strutture danneggiate, personale esausto e carenze di medicinali e attrezzature.

A tutto ciò si aggiunge una crisi igienico-sanitaria che raramente viene messa in evidenza nelle prime pagine dei giornali, ma che rappresenta una delle minacce più insidiose. In vaste aree, la raccolta dei rifiuti è praticamente inesistente. Cumuli di immondizia vengono ammassati accanto alle tendopoli e ai quartieri distrutti, attirando insetti di ogni tipo e roditori. Le organizzazioni umanitarie descrivono un ambiente favorevole alla diffusione di infezioni e malattie, mentre bambini e anziani sono i più esposti alle conseguenze di condizioni di vita sempre più insostenibili. Le immagini di bimbi feriti dai morsi dei topi o costretti a vivere tra liquami e rifiuti non sono soltanto episodi di cronaca: rappresentano il simbolo di un degrado che interpella la coscienza del mondo.

Nessuna guerra può essere giudicata esclusivamente dai suoi obiettivi militari. Esiste sempre un prezzo umano, e quando questo costo ricade in misura così pesante sulla popolazione civile diventa inevitabile interrogarsi non soltanto sulla legittimità delle finalità perseguite, ma anche sulla proporzionalità dei mezzi impiegati e sull'effettiva tutela della popolazione civile, come impone il diritto internazionale umanitario. È proprio qui che nasce il grande interrogativo di questi mille giorni. Se l'obiettivo era costruire maggiore sicurezza, quale sicurezza può scaturire da una situazione in cui il dolore si moltiplica, la fiducia scompare e una nuova generazione cresce conoscendo soltanto paura, distruzione e lutto?

La popolazione di Gaza è ostaggio di circostanze che non lasciano vie d'uscita. Da una parte il controllo esercitato da Hamas, che continua a influenzare la vita della Striscia e a condizionare qualsiasi prospettiva politica; dall'altra una guerra che ha distrutto case, scuole, ospedali, reti idriche ed elettriche, compromettendo le basi stesse della vita quotidiana. Per molti abitanti la domanda non riguarda più il futuro, ma se si arriverà al giorno dopo. È in queste condizioni che rischiano di crescere migliaia di bambini. Tanti hanno perso i genitori, altri vivono senza poter frequentare una scuola, senza un'assistenza sanitaria, senza la possibilità di immaginare un'esistenza diversa dalla guerra. Ogni conflitto lascia dietro di sé macerie materiali; questo rischia di lasciare soprattutto macerie morali, alimentando un ciclo di odio, disprezzo e inimicizia destinato a pesare per decenni.

Per questo le celebrazioni della memoria del 7 ottobre non possono essere una memoria selettiva. Ricordare il massacro compiuto da Hamas significa riaffermare che il terrorismo non può trovare alcuna giustificazione. Ma ricordare quel giorno significa anche interrogarsi su ciò che è accaduto dopo, e sulla tragedia che continua a consumarsi nella Striscia. Le due realtà non si cancellano a vicenda. Al contrario, convivono nello stesso dramma e chiedono entrambe di essere riconosciute. Dopo mille giorni di ostilità, il rischio più insidioso è l'assuefazione. Le immagini di una distruzione ormai diffusa, divenute parte del paesaggio quotidiano, non suscitano più lo stesso impatto né fanno più notizia come accadeva all'inizio del conflitto.

È una deriva pericolosa. La storia insegna che l'indifferenza è spesso il terreno sul quale le tragedie si prolungano. Ogni volta che ci abituiamo alla sofferenza degli altri, qualunque sia la loro nazionalità, la loro religione o la loro appartenenza politica, compiamo un passo indietro. Nessuno può sapere quando questa guerra finirà. Ma una certezza esiste già oggi: qualunque sia l'esito militare, nessuna vittoria potrà dirsi completa se lascerà in eredità una regione ancora più instabile, una generazione cresciuta nell'odio e una popolazione privata di ogni speranza.

Mille giorni dopo quel tragico 7 ottobre, il dovere della memoria resta intatto. Ma alla memoria deve accompagnarsi il coraggio di guardare la realtà per quella che è. Da una parte il ricordo di un attacco terroristico che ha sconvolto Israele e ferito la coscienza del mondo. Dall'altra, a Gaza, una catastrofe umanitaria che continua a consumarsi tra macerie, fame, malattie e disperazione.