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L'EDITORIALE

Il vero federalismo fiscale

Il federalismo fiscale presenta novità importanti. Manca però la coincidenza tra chi decide le imposte e chi le spende e si profila il rischio di un aumento delle imposte...

Editoriali 09_02_2011


Ogni giorno che passa la questione del cosiddetto “federalismo municipale” diventa sempre meno quella che è; e sempre di più invece il possibile punto di breccia su cui le opposizioni si concentrano nel tentativo di far saltare il governo. Il tema è ben scelto poiché notoriamente il “partito” del centralismo spendaccione, baluardo della burocrazia centrale parassitaria e di tutte grandi clientele meridionali ma non solo, se da un lato è maggioritario nel campo dell’opposizione dall’altro risulta ben rappresentato anche in quello della maggioranza.

Nella misura in cui è autentico, il federalismo è l’unico mezzo per aumentare rapidamente l’efficienza della pubblica amministrazione riducendone altrettanto rapidamente il costo; e quindi la pressione fiscale. Federalismo autentico significa: coincidenza tra chi decide le imposte e chi ne spende il gettito; piena responsabilità fiscale di ogni livello di governo, da quello comunale a quello statale, e quindi pieno diritto di variare la pressione fiscale al di sotto di un “tetto” massimo stabilito per tutti per esigenze di equilibrio generale.

In altre parole: il comune fissa le imposte, le raccoglie e le spende, essendo libero di ridurre la pressione fiscale anche rispetto ai comuni limitrofi nella misura in cui è più efficiente nella spesa, ovvero nella misura in cui i suoi cittadini sono d’accordo nel non esigere alcuni servizi. Non è una favola e nemmeno un’utopia: è la realtà di ogni giorno, tanto per fare un esempio, in Svizzera. E la Svizzera non è su un altro pianeta: è un Paese confinante con il nostro; e i lombardi e piemontesi che vivono ai suoi confini, e quindi ne hanno conoscenza diretta, sono tanto numerosi quanto gli abitanti delle Marche e dell’Umbria messi insieme.

Ciò premesso, veniamo al nostro caso, ovvero al “federalismo fiscale” per cui da noi rischia di cadere il governo. Sia chiaro: siamo ancora molto lontani dal federalismo autentico. Qui si tratta semplicemente di una (eventuale) modifica dei criteri di distribuzione di un gettito fiscale definito in ogni dettaglio da leggi dello Stato e gestito dalla sua Agenzia delle Entrate.

Le novità importanti ci sono: una parte del gettito fiscale resta automaticamente sul territorio in cui si è prodotto; la distribuzione degli stanziamenti statali finalizzati a un preciso scopo (in primis il Fondo nazionale per la sanità) ha luogo in base ai cosiddetti “costi standard” e non per così dire “a piè di lista” ossia con un meccanismo che premia chi spende peggio; ai comuni viene restituita una certa autonomia impositiva.

Manca però quello che, come dicevamo, è lo strumento-chiave per spingere in su l’efficienza e in giù il prelievo fiscale: ossia la coincidenza fra chi decide le imposte e chi ne spende il gettito. Invece di giocare la carta della responsabilità si crea un meccanismo che apre così la via a un continuo mercanteggiamento tra lo Stato che tende e tenderà a dare agli enti locali risorse non proporzionate alle loro competenze, e gli enti locali che tirano e tireranno in senso inverso.

Per di più nelle ultime trattative si sta delineando il peggio del peggio: non intendendo rinunciare a un euro del proprio gettito a favore degli enti locali lo Stato getta loro la polpetta avvelenata di un’autonomia fiscale che si concretizzerebbe in nuove imposte. Dunque nell’aumento di una pressione fiscale già insopportabile. Nondimeno tanto basta perché l’opposizione trasversale al progetto rischi di far cadere il governo.

Evidentemente predominano ancora nella vita pubblica italiana delle forze le quali non hanno ancora capito che la globalizzazione non fa sconti e che senza riforme di struttura sostanziali il nostro Paese – che tra il 1945 e il 1975 era passato dalle rovine della guerra all’entrata nel G 7, il gruppo delle sette maggiori economie industriali del mondo – rischia adesso di ricadere all’indietro e di venire spinto ai margini dello sviluppo.