Il patrimonio di Khamenei, frutto di un enorme sistema di potere
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Già la Reuters nel 2013 documentava l’esistenza di un vasto conglomerato finanziario legato direttamente all’ufficio della guida suprema iraniana. Il cuore di questo sistema è l’organizzazione Setad, con ramificazioni in diversi Paesi e decine di miliardi di dollari di patrimonio.
La morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei non ha lasciato soltanto un vuoto politico e religioso al vertice della Repubblica islamica. Ha riportato al centro dell’attenzione anche un’altra questione, meno visibile ma altrettanto decisiva: l’enorme potere economico costruito attorno alla sua figura durante quasi 37 anni di leadership.
Le stime sul patrimonio riconducibile alla rete economica controllata dalla guida suprema variano molto. Il riferimento più documentato resta una lunga inchiesta di Reuters del 2013, che ha ricostruito l’esistenza di un vasto conglomerato finanziario legato direttamente all’ufficio di Khamenei. Secondo quell’indagine, il cuore di questo sistema è l’organizzazione chiamata Setad (Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam, “Quartier generale per l’esecuzione dell’ordine dell’imam”), il cui valore complessivo veniva stimato in circa 95 miliardi di dollari: 52 miliardi in proprietà immobiliari e circa 43 miliardi in partecipazioni societarie. Il dato è significativo anche per un altro motivo. Sempre secondo i calcoli di Reuters, il valore stimato di Setad superava di circa il 40% il totale delle esportazioni petrolifere annuali dell’Iran. In altre parole, non si tratta semplicemente di un fondo o di una fondazione religiosa, ma di un vero conglomerato economico che negli anni ha accumulato partecipazioni in settori cruciali dell’economia iraniana: finanza, telecomunicazioni, energia, industria farmaceutica e immobiliare.
Setad nacque formalmente alla fine degli anni Ottanta per gestire i beni rimasti senza proprietario dopo la rivoluzione islamica del 1979. In teoria si trattava di una struttura temporanea destinata ad amministrare immobili abbandonati e finanziare attività caritative. Nel tempo, tuttavia, l’organizzazione si è trasformata in una macchina economica permanente. Diverse inchieste giornalistiche hanno documentato come il suo patrimonio si sia ampliato anche attraverso la confisca di proprietà appartenenti a emigrati, minoranze religiose o cittadini accusati di aver abbandonato i propri beni. Questo sistema ha garantito alla guida suprema una notevole autonomia finanziaria rispetto allo Stato. I bilanci di Setad non sono sottoposti al controllo del parlamento iraniano e la struttura opera attraverso una vasta rete di società, partecipazioni e holding collegate. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, l’organizzazione costituisce una “rete di società di copertura” utilizzata per gestire asset collegati alla leadership iraniana. Attorno a questa architettura economica si muove anche una rete di intermediari finanziari e uomini d’affari.
Negli ultimi anni diverse inchieste giornalistiche hanno inoltre evidenziato come parte dei capitali legati all’élite del regime sia stata investita all’estero, soprattutto nel settore immobiliare. Secondo ricostruzioni pubblicate da Bloomberg e da altri media internazionali, membri della famiglia Khamenei avrebbero acquisito proprietà e partecipazioni societarie in diversi Paesi europei. Nel Regno Unito, ad esempio, investimenti immobiliari riconducibili a circuiti vicini alla famiglia sarebbero stati stimati in oltre 100 milioni di sterline, concentrati soprattutto nel mercato immobiliare londinese. Anche la Spagna sarebbe diventata negli ultimi anni una destinazione privilegiata per la diversificazione patrimoniale dell’élite iraniana. Inchieste giornalistiche parlano di investimenti nel settore turistico e immobiliare, con proprietà e partecipazioni tra Madrid, Marbella e Palma di Maiorca, utilizzate come piattaforme di investimento e protezione patrimoniale al di fuori dell’Iran.
Tra i nomi citati nelle inchieste internazionali compare quello dell’imprenditore Ali Aliakbar Ansari, che negli anni avrebbe costruito un vasto portafoglio immobiliare e societario in Europa attraverso una complessa struttura di società registrate in diverse giurisdizioni. L’utilizzo di holding offshore e di passaporti multipli ha permesso di muovere capitali tra diversi Paesi e mantenere relazioni bancarie al di fuori dell’Iran, un meccanismo collegato alle necessità del regime di aggirare le sanzioni internazionali e che ha permesso a Khamenei, alla sua famiglia, ai Pasdaran, o a uomini d’affari come Ansari, di accumulare miliardi negli anni, ma alle spese di una popolazione affamata: già nel 2023 erano stati registrati oltre 1,18 milioni di casi di furto, un aumento del 12% rispetto all’anno precedente e dell’86% rispetto al 2008. I furti in luoghi privati e pubblici sono aumentati rispettivamente del 409% e del 279% nell’ultimo decennio, mentre i furti nei negozi, inclusi quelli di cibo (pollo, noci, riso), sono cresciuti del 73%.
Il sistema economico costruito attorno alla leadership della Repubblica islamica appare sempre più come una struttura parallela allo Stato: una rete finanziaria opaca, con asset miliardari e ramificazioni internazionali, mentre una parte crescente della popolazione iraniana si confronta con un progressivo impoverimento, con la fame fuori dalla porta di casa.

