Il Papa ridia alla Chiesa il vero Istituto Giovanni Paolo II
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Il commento di mons. Melina all'intervista con cui monsignor Paglia racconta come demolì l'Istituto su Matrimonio e Famiglia, spiega l'importanza per la Chiesa tutta di riportare l'Istituto alla sua vocazione originaria.
- Botta e risposta con l'ex portavoce di Paglia, di F. Mastrofini e R. Cascioli
Lo scorso maggio mons. Vincenzo Paglia ha vuotato il sacco. Ne avevamo parlato a suo tempo. Il già Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia venne intervistato dal sito Settimana News giusto un mese fa. Paglia, in quella intervista, rivelò che fu incaricato da Papa Francesco di demolire l’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia al fine di ricostruire sulle sue macerie il nuovo istituto. Non fu un’operazione solo di facciata, ma sostanziale. Era necessario, spiega Paglia, erigere un nuovo istituto perché un nuovo paradigma morale era stato introdotto dal pontificato di Francesco.
Mons. Livio Melina, Preside dell’allora Istituto Giovanni Paolo II, ha pubblicato in contemporanea sul nostro giornale e sul Catholic World Report un commento critico a questa operazione di Paglia volta non solo a distruggere l’Istituto presieduto da Melina, ma a rivoluzionare l’antropologia e la morale cattolica. Rileggendo l’intervento di mons Melina si è portati a confermare ancora una volta che l’approccio di Paglia - e quindi a monte di Francesco - sia consistito nella concezione di una fede senza trascendenza e di una morale senza metafisica.
L’orientamento filosofico di Paglia, non ascrivibile in alcun modo al portato culturale e dottrinale cattolico, risiede in buona sostanza e in definitiva nell’empirismo inglese. «Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni», questo scriveva Thomas Hobbes a metà del 1600 (Leviatano, cap. XV). Il criterio morale di Hobbes come quello di Paglia è di carattere empirico, fenomenologico e declinato secondo la coscienza del singolo. E dunque in ultima istanza il bene, se ha natura solo empirica, non può che coincidere con il piacere e l’utile. Una visione antropologica in cui il piano metafisico è assente non può che generare una filosofia morale edonista e proporzionalista.
Se il piano orizzontale dell’esistenza è l’unica prospettiva attraverso cui si guarda l’uomo, anche sul versante etico l’unica morale sarà quella immanente. La realtà, privata dell’asse verticale, viene così ridotta al singolare e dunque ogni singolare – ogni uomo in quella circostanza specifica ed unica – diventa fonte morale. Ecco spiegata l’insistenza di Francesco e Paglia sulla casuistica gesuitica e sul discernimento caso per caso.
Da qui la guerra giurata a tutto ciò che è generale o assoluto perché appunto sganciato, così si asserisce, dal caso concreto: le norme, i principi, la dottrina, i dogmi. Tutta una teologia morale, ha asserito Paglia, molto «da tavolino».
Secondo mons. Melina si scelse questo approccio non perché intimamente convinti della sua validità teorica, ma perché strumento necessario per evitare di applicare nel concreto le alte esigenze del matrimonio, della sessualità e dell’amore, esigenze che nell’erronea prospettiva di Paglia sfociavano nell’impossibilità morale, in un ideale dottrinale impraticabile.
Mons. Melina critica questo approccio perché contrario a ragione e a fede e quindi contrario alla dottrina cattolica e, inoltre, chiarisce alcuni punti assai interessanti. Paglia accusava il defunto Istituto Giovanni Paolo II di insegnare un giusnaturalismo meccanicistico. Dai principi della legge naturale si dedurrebbero more geometrico le norme di condotta specifiche (cfr. F. Gentile, Filosofia del diritto, CEDAM, Padova 2006). In tal modo le situazioni specifiche verrebbero come soppresse, omologate tra loro ed incorporate ai principi di rango superiore.
In realtà questo approccio fu proprio di una parte della neoscolastica e del razionalismo illuministico francese, ma non è mai appartenuto al portato culturale cattolico.
La teoria dell’azione morale è assai più complessa e prevede, sulla scorta dell’insegnamento tomista, l’intervento perlomeno della coscienza e della virtù della prudenza per declinare nel concreto i principi di legge naturale, rectius per declinare nel concreto l’orientamento teleologico della natura che costantemente anela al bene.
Melina, oltre a far cenno a questo, sottolinea poi un aspetto importante, aspetto che è maturato nella riflessione magisteriale solo in tempi relativamente recenti. Il paradigma penultimo per valutare la moralità di un’azione è dato dalla dignità personale, ossia dall’intima preziosità della persona (il paradigma ultimo è Dio). Questa è la pietra di paragone che esplicita meglio di altri termini l’inclinazione al fine della natura umana e che quindi traduce al meglio e sul piano antropologico i principi di legge naturale.
Tale paradigma spiega assai validamente l’esistenza di assoluti morali, ossia condotte che in ogni circostanza e al di là di ogni intenzione, seppur buona, sono malvagie proprio perché sempre e comunque contraddicono la dignità personale, ossia non sono consone ad essa.
Nella riflessione di Giovanni Paolo II e soprattutto nelle sue Catechesi sull’amore umano nel piano divino, spiega Melina, l’approfondimento dell’incommensurabile preziosità di ogni uomo porta ad un approfondimento della morale e della fede. Potremmo dire che più è umana la morale più è divina.
Non è umanesimo integrale questo, ma conoscenza nella sua integralità dell’uomo. Quando la dignità personale abita una famiglia ecco che si traduce in amore, ossia in donazione totale di sé all’altro e nell’accettazione totale dell’altro per sé. Quest’approccio, ricorda Melina a Paglia, elimina il legalismo sterile e, parimenti, è alieno dalle derive storiciste e fenomenologiche. Non è una via di mezzo, un compromesso, ma è l’approccio corretto perché rispondente alla verità sull’uomo.
Detto tutto ciò, viene da chiedersi: perché mons. Melina ha voluto pubblicare questo suo commento? Non perché, semplicemente, voleva togliersi qualche sassolino dalla scarpa, lui che fu epurato da Francesco a suo tempo quando gli venne sottratta la direzione dell’Istituto. In realtà a noi pare che mons. Melina abbia mandato un messaggio in bottiglia affidato alle acque del Tevere. In altri termini questa lettura retrospettiva dell’operato di Paglia è offerta alla valutazione di Papa Leone XIV affinché questi riorienti l’impostazione dell’attuale Istituto Giovanni Paolo II secondo la sua vocazione originaria e di conseguenza modifichi il suo organico.
Potrà mai farlo il Papa? Appare sempre più evidente a molti che l’attuale Pontefice è stato eletto soprattutto al fine di riportare unità nella Chiesa. Ma l’unità non può prescindere dalla verità, altrimenti è compromesso e il compromesso genera un mero consenso opportunistico e quindi conserva le fratture esistenti seppur nascoste sotto il velo dell’accomodamento. Insomma, non ci può essere vera unità senza verità. L’articolo di Melina diventa dunque un'occasione per chiedere al Papa di riportare l’Istituto Giovanni Paolo II sui binari della verità, bandendo soluzioni ibride che negli intenti sono volute per accontentare tutti, ma che nella pratica scontentano tutti. C'è bisogno del coraggio di governo affinché sull’altare dell’unità non si sacrifichino la famiglia e il matrimonio così come sono stati pensati da Dio.
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La soppressione dell'Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia è stata un'operazione ideologica che ha gravi conseguenze per tutta la Chiesa. Ecco la risposta al vescovo Paglia, che rivendica quella decisione, da parte di monsignor Melina che di quell'Istituto è stato preside dal 2006 al 2016.
- DOSSIER: L'assalto all'Istituto Giovanni Paolo II
Paglia e la rivoluzione permanente di Francesco
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