Il negoziato Usa-Iran crea un terremoto nella politica israeliana
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Il cessate il fuoco imposto da Trump è la sconfessione dell'idea con cui Netanyahu ha guidato Israele in questi decenni, ovvero l'impossibilità di un negoziato con l'Iran. Emarginato sul piano internazionale, il premier israeliano ora deve fronteggiare i rivali interni.
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Un cessate il fuoco imposto, non voluto. A far tacere le armi è stata la Casa Bianca. Dopo giorni di tensione crescente, Benjamin Netanyahu ha dato ordine all'Idf, l’esercito israeliano, di sospendere le operazioni in Libano e rispettare il cessate il fuoco concordato con Washington. Mentre Israele arretra, Teheran si prepara già da ieri mattina alla partita diplomatica più importante degli ultimi anni. Al tavolo delle trattative siedono da ieri il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: sono i volti scelti dalla Repubblica Islamica per negoziare con gli Stati Uniti il nuovo equilibrio del Medio Oriente.
Un cessate il fuoco che ha innescato un vero e proprio terremoto politico in Israele e che sta investendo il cuore della strategia che ha consentito a Benjamin Netanyahu di dominare la vita politica israeliana per oltre vent’anni. Al centro della tempesta c’è l’intesa tra Washington e Teheran, un accordo che punta a congelare il rischio del proseguimento della guerra e a riportare la questione nucleare iraniana dentro un quadro negoziale. Per gli Stati Uniti rappresenta un tentativo di stabilizzazione regionale, per Israele rischia di trasformarsi in un trauma politico e strategico.
La reazione della classe dirigente israeliana non si è fatta attendere. Pur con sfumature diverse, gran parte del mondo politico ebraico considera l'accordo insufficiente a neutralizzare la minaccia iraniana e potenzialmente pericoloso per la sicurezza dello Stato ebraico. Ma nessuno paga un prezzo più alto di Netanyahu. Per il primo ministro non si tratta soltanto di una divergenza diplomatica con il principale alleato del Paese. È una sfida che colpisce direttamente il nucleo della sua identità politica.
Per anni Netanyahu ha costruito la propria leadership attorno ad una convinzione semplice e assoluta: l'Iran rappresenta la principale minaccia esistenziale per Israele e non può essere contenuto attraverso compromessi politici. Da questa impostazione sono state create campagne elettorali, alleanze internazionali, operazioni militari e una narrativa pubblica fondata sulla necessità di mantenere il Paese in uno stato di costante vigilanza. L'Iran è stato molto più di un avversario geopolitico. È stato il pilastro, il collante della sua visione del mondo. Per questo l'intesa tra Washington e Teheran assume una portata che va oltre il contenuto tecnico dell'accordo stesso. Se gli Stati Uniti scelgono la strada del negoziato, viene inevitabilmente messa in discussione l'idea che soltanto la pressione permanente possa garantire la sicurezza di Israele. È qui che il problema diventa politico, prima ancora che strategico.
In pubblico Netanyahu mantiene un profilo prudente. Evita dichiarazioni aggressive, cerca di non trasformare il dissenso in uno scontro frontale con la Casa Bianca. Dietro questa cautela, tuttavia, emerge una posizione molto più rigida all'interno del governo. Ministri e dirigenti della coalizione hanno già fatto capire che Israele non si considera vincolato dall'intesa e continuerà a rivendicare la piena libertà di azione contro l'Iran, il Libano e soprattutto Gaza.
Tuttavia, la dimensione internazionale della crisi si inserisce in un contesto politico nazionale caratterizzato da una crescente fragilità. Netanyahu si avvicina a una possibile tornata elettorale in condizioni che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili. Per la prima volta, dopo molto tempo, il leader del Likud non può contare sulla certezza di una maggioranza parlamentare costruita attorno al tradizionale blocco della destra nazionalista e dei partiti religiosi. I sondaggi parlano di un Paese stanco. Gli anni di guerra, le tensioni sociali, il peso economico dei conflitti e la polarizzazione politica hanno lasciato segni profondi. Una parte significativa dell'opinione pubblica continua a considerare Netanyahu il leader più esperto e affidabile in materia di sicurezza. Un'altra, però, si chiede se il modello politico costruito negli ultimi anni abbia esaurito la propria spinta.
La questione iraniana ha finito per amplificare questo malessere. Molti israeliani non contestano soltanto i contenuti dell'accordo. Contestano soprattutto l'immagine di un Paese che appare spettatore di una trattativa riguardante quella che considera la propria principale minaccia strategica. In una società abituata a percepirsi come protagonista degli equilibri regionali, l'idea di essere rimasta ai margini di una decisione così importante viene vissuta come un segnale di indebolimento.
È in questo contesto che prende forma la sfida politica destinata a segnare il prossimo futuro di Israele.
Il principale avversario di Netanyahu è oggi Naftali Bennett. L'ex primo ministro è tornato sulla scena dopo un lungo periodo di relativa assenza e punta ad intercettare proprio quell'elettorato conservatore che per anni ha garantito il successo del Likud. La sua forza risiede nel fatto di non rappresentare una rottura ideologica. Bennett non parla alla sinistra israeliana. Parla alla destra. Si presenta come un leader capace di difendere la sicurezza nazionale, senza trasformare ogni crisi in uno scontro permanente. La sua candidatura è particolarmente insidiosa per Netanyahu proprio perché nasce all'interno dello stesso ambito politico. Bennett conosce il linguaggio, le priorità e le paure dell'elettorato conservatore. Può criticare il premier senza apparire indulgente verso l'Iran o verso i nemici di Israele.
Come se non bastasse, sulla scena è emersa anche la figura di Gadi Eisenkot. L'ex capo di Stato Maggiore rappresenta un'alternativa. Non punta a conquistare la destra tradizionale, ma a raccogliere il consenso dei moderati, dei centristi e quella parte degli apparati della sicurezza che considera conclusa la lunga stagione politica di Netanyahu. La sua crescita nei sondaggi sta trasformando quello che sembrava un semplice confronto a due in una competizione molto più aperta. A differenza di Bennett, Eisenkot non ha escluso la possibilità di formare un governo con il sostegno dei partiti arabi.
Per l’attuale primo ministro israeliano il rischio è evidente. Bennett erode consensi a destra. Eisenkot intercetta il centro. In mezzo resta un Likud costretto a difendere una leadership che appare meno invincibile rispetto al passato. Naturalmente nessuno, in Israele, è disposto a considerare Netanyahu politicamente sconfitto. La sua carriera è una lunga sequenza di resurrezioni. È sopravvissuto a crisi che avrebbero travolto qualunque altro leader. È stato dato per finito più volte ed è sempre riuscito a tornare al centro della scena.
Il paradosso finale è quasi crudele. L'uomo che ha costruito la propria carriera denunciando il pericolo iraniano rischia di trovarsi indebolito non da una vittoria militare di Teheran, ma da una scelta diplomatica compiuta dal suo più importante alleato. Se l'accordo tra Washington e l'Iran dovesse diventare il simbolo di una nuova fase regionale, Netanyahu potrebbe scoprire che il vero avversario non è mai stato soltanto l'Iran, ma il tempo.
E il tempo, in politica, è l'unico nemico che nessun leader è riuscito a sconfiggere.
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