• IL CASO

Il Liceo Righi e la scuola delle parole d’ordine

La scuola, come conferma il protocollo Bianchi-Speranza, continua a essere trattata quale discarica del politicamente corretto. E gli studenti indottrinati possono divenire carnefici. L’ennesima prova viene dal caso del Liceo Righi di Roma e della docente messa alla gogna per un rimprovero sarcastico verso un’alunna disinibita. Ma il pudore conta ed è segno distintivo dell’essere umano.

Nei giorni scorsi è stato firmato, dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e dal ministro della Salute Roberto Speranza, un protocollo d’intesa per la “Tutela dei diritti alla salute, allo studio e all’inclusione”.

L’accordo - spiega una nota del MI - prevede un percorso di conoscenza e di formazione da promuovere all’interno delle istituzioni scolastiche. Studentesse e studenti saranno accompagnati in attività articolate secondo specifiche aree tematiche: dalla conoscenza del valore delle vaccinazioni (!) all’educazione alimentare, dalla mobilità sostenibile all’inclusione scolastica di bambini, alunni e studenti con disabilità, fino alla prevenzione del fenomeno del cyberbullismo. Il tutto, attraverso iniziative condivise di sensibilizzazione e di informazione alle famiglie, con il coinvolgimento delle associazioni. Saranno favoriti il coordinamento tra le istituzioni scolastiche, la formazione del personale e la costituzione di reti di scuole...

Siamo alle solite, la scuola è considerata e trattata come la discarica di tutte le parole d’ordine del politicamente corretto che chi sta alle leve del potere intende innestare nella società. Il modello è ormai collaudato e le prime vittime di queste campagne d’indottrinamento sono proprio i giovani, che in un batter d’occhio possono trasformarsi da vittime inconsapevoli in altrettanto inconsapevoli ma feroci carnefici, sfoderando ad arte gli slogan che gli sono stati inculcati.

Quanto è accaduto in questi ultimi giorni al Liceo Righi di Roma ne è l’ennesima prova. La vicenda, ormai nota, è quella che riguarda una professoressa del liceo romano che ha usato una espressione di rimprovero sarcastica - “Ma che, stai sulla Salaria?” - nei confronti di un’alunna sorpresa mentre realizzava in classe un video su TikTok (piattaforma usata dai giovanissimi per caricare mini filmati) ballando a maglietta sollevata e pancia scoperta tra i banchi. Apriti cielo! Dopo una serata su Zoom «per discutere dell’accaduto e decidere come muoversi», i compagni del liceo hanno deciso di fare un picchetto tutti in minigonna, pancia scoperta e calzoni corti, agitando cartelli contro il sessismo, oltre all’immancabile assemblea studentesca in solidarietà alla studentessa offesa e (orrore!) minacciata di sospensione da quell’arretrata medievale della professoressa.

Così, a suon di «atti del genere sono inaccettabili», «chiediamo un intervento immediato della scuola», «non resteremo in silenzio», diffusi a piene mani dagli studenti con appositi e modernissimi hashtag, alla fine è proprio nei confronti della docente che la preside ha aperto un procedimento disciplinare...

Da parte loro, ai giornalisti del mainstream non è parso vero di potersi lanciare all’assalto della diligenza, prodigandosi in analisi sociologiche della studentessa tiktoker e alzando alte grida di giubilo per «l'enorme maturità» dei liceali di Roma che salveranno l’avvenire dal ritorno al Medioevo e al patriarcato...

Parole d’ordine à gogo, mentre la scuola e la società intera affondano in un insopportabile conformismo per cui, come ha sagacemente scritto Caterina Giojelli sul settimanale Tempi, “la società è sessista, il decoro è patriarcale, ancheggiare è autodeterminazione, la maturità è impossibile, l’alternanza scuola lavoro è sfruttamento, il modello scolastico uccide, la seconda prova non s’ha da fare, bullismo e cyberbullismo sono il male assoluto ma impedire a una ragazza di filmarsi on line col cellulare a maglietta sollevata a scuola ancheggiando è bullo molto di più”.

Restiamo medievalmente convinti che vestirsi e comportarsi decentemente - anche a scuola - siano espressione della dignità della persona, del suo valore e del rispetto che le è dovuto. E che il pudore (parola davvero invisa alla cultura odierna) sia un importante valore da recuperare, perché segno della doppia appartenenza dell’essere umano, che da un lato è biologicamente parte del mondo animale, dall’altro portatore di una componente spirituale che l’avvicina alla divinità. Né l’animale né Dio provano pudore: l’unico che lo prova è l’uomo, in quanto ponte fra dimensione corporea e dimensione spirituale dell’esistenza. Ma, come è evidente, in mezzo a un mare di slogan favorevoli alla costruzione di ponti e all’eliminazione delle barriere, è proprio questo il ponte che la cultura odierna intende eliminare.

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