Il flop di Napoli e la finta unità del centrosinistra
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La manifestazione di Napoli ha certificato una volontà politica delle forze di sinistra di stare insieme e di archiviare almeno in parte le lacerazioni degli ultimi anni ma non ha dissipato i dubbi sulla reale solidità del progetto.
La fotografia della manifestazione del campo largo andata in scena l’altra sera a Napoli restituisce un'immagine dai contorni contrastanti. Da una parte la soddisfazione degli organizzatori, che rivendicano il valore politico di una piazza finalmente unitaria dopo mesi di tensioni e distinguo. Dall'altra il giudizio di diversi osservatori e di alcuni quotidiani anche vicini al centrosinistra, tra cui La Stampa e Il Manifesto, che parlano di una partenza al di sotto delle aspettative, con una partecipazione inferiore a quella auspicata e alcuni episodi di contestazione che hanno finito per oscurare il messaggio di unità che i leader volevano trasmettere.
L'obiettivo della manifestazione era chiaro: mostrare agli elettori che l'alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le altre forze del centrosinistra può rappresentare un'alternativa credibile al governo guidato dal centrodestra. Dopo mesi di divisioni, polemiche e reciproche diffidenze, l'immagine dei principali leader sullo stesso palco avrebbe dovuto segnare una sorta di nuovo inizio.
A Napoli erano presenti la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, i leader di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, il segretario di +Europa Riccardo Magi e il leader del Psi Enzo Maraio. Tutti hanno insistito sullo stesso concetto: il centrosinistra non può più permettersi di dividersi se vuole contendere il governo del Paese alla coalizione di Giorgia Meloni. L'impegno assunto pubblicamente è stato quello di lavorare insieme, superando personalismi e rivalità che negli ultimi anni hanno spesso impedito la costruzione di un'alternativa stabile.
Eppure le difficoltà non sono mancate. La partecipazione, secondo numerosi osservatori, è stata di molto inferiore alle aspettative. Non c'è stato quel bagno di folla che avrebbe dovuto certificare la nascita di una nuova stagione del centrosinistra. Le immagini della piazza non hanno trasmesso la sensazione di un entusiasmo travolgente, elemento che ha alimentato le critiche di chi parla di un'occasione solo parzialmente riuscita.
A complicare ulteriormente la giornata sono arrivate anche le contestazioni. Gruppi di disoccupati organizzati e militanti di Potere al Popolo hanno protestato durante la manifestazione, interrompendo a tratti il comizio con cori e slogan. Le contestazioni hanno preso di mira soprattutto il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e il governatore della Campania Roberto Fico, bersaglio di pesanti insulti. Un episodio che ha inevitabilmente spostato l'attenzione mediatica dalle proposte politiche alle tensioni interne al mondo della sinistra.
Le proteste raccontano una difficoltà che accompagna da tempo il campo progressista: tenere insieme le diverse anime che lo compongono. Da una parte i partiti che aspirano a governare, dall'altra i movimenti che accusano il centrosinistra di non aver dato risposte sufficienti sui temi sociali, del lavoro e della precarietà. Una frattura che la manifestazione non è riuscita a ricomporre.
Anche sul piano politico l'unità appare ancora incompleta. Se è vero che il palco ha riunito buona parte delle forze del cosiddetto campo largo, altrettanto evidente è stata un'assenza significativa: quella di Matteo Renzi e di Italia Viva. Un vuoto che continua a rappresentare uno degli interrogativi principali sulla futura coalizione. Senza Italia Viva il progetto rimane incompleto e lascia aperto il problema di come coinvolgere tutte le componenti dell'area riformista.
Non si tratta soltanto di una questione di presenze. Restano infatti differenze sostanziali su alcuni dei principali dossier internazionali. Sul riarmo europeo, sulle spese militari e più in generale sulla politica estera le posizioni dei partiti della coalizione continuano a presentare sfumature importanti. Il Movimento 5 Stelle mantiene una linea molto critica nei confronti dell'aumento degli investimenti nella difesa, mentre il Partito Democratico assume posizioni più vicine a quelle delle principali famiglie socialiste europee. Anche all'interno di Alleanza Verdi e Sinistra permangono sensibilità differenti su alcuni temi strategici.
Sono divergenze che ieri sono rimaste sullo sfondo, ma che potrebbero riemergere con forza quando si tratterà di definire un programma comune. Per costruire una coalizione competitiva non basta infatti condividere il rifiuto del governo Meloni: occorre trovare un equilibrio anche sulle questioni che dividono profondamente le diverse culture politiche del centrosinistra.
La manifestazione di Napoli ha certificato una volontà politica delle forze di sinistra di stare insieme e di archiviare almeno in parte le lacerazioni degli ultimi anni ma non ha dissipato i dubbi sulla reale solidità del progetto.
Il campo largo appare ancora come un cantiere aperto, più che una coalizione già definita. Le leadership hanno scelto di mostrarsi unite, ma devono ancora dimostrare di saper costruire una proposta politica condivisa, capace di parlare a un elettorato ampio e di mobilitare consenso.
Per il momento il centrodestra non sembra avere motivi immediati di preoccupazione. La maggioranza può osservare con relativa tranquillità un'opposizione che sta cercando di ricomporsi ma che continua a fare i conti con differenze programmatiche, assenze significative e una mobilitazione popolare ancora lontana dalle aspettative.
Napoli ha forse segnato la fine della stagione delle divisioni più plateali, ma non ancora l'inizio di una vera alternativa di governo. Il percorso del campo largo è appena cominciato e il banco di prova sarà la capacità di trasformare una ritrovata immagine di unità in un progetto politico credibile, coerente e convincente agli occhi degli elettori.

