Il Canada, la censura e la libertà di parola (che è legata alla verità)
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Molte critiche sono state mosse alla legge canadese che intende derubricare a “crimine d’odio” qualsiasi opinione non conforme al mainstream. Una legge iniqua, ma non perché censura la libertà di parola in sé quanto perché la censura quando esprime verità morali e teologiche.
Il Parlamento canadese ha approvato la legge dal titolo Legge di modifica del Codice penale (propaganda d'odio, crimini d'odio e accesso a luoghi religiosi o culturali). Vogliamo qui sottolineare un aspetto di questa proposta di legge. I proponenti del testo legislativo, ovviamente di area progressista, hanno voluto abrogare i paragrafi 319(3)(b) e 319(3.1)(b) del Codice penale, in vigore da 50 anni, i quali stabilivano che «Nessuno può essere condannato per il reato di incitamento all'odio o all'antisemitismo […] se, in buona fede, ha espresso o tentato di dimostrare con un'argomentazione un'opinione su un argomento religioso o un'opinione basata sulla credenza in un testo religioso». In concreto d’ora in poi nessuno potrà più proporre personali punti di vista di carattere religioso, nemmeno se, per avvalorarli, citerà le Sacre Scritture. In breve qualsiasi opinione espressa in buona fede non contro alcune persone o gruppi, ma solamente su principi e pratiche contrarie a qualche credo, sarà ritenuta un’opinione formulata in cattiva fede, ossia espressa con l’intenzione implicita di fomentare l’odio. Alla scure penale pare che non potranno sfuggire nemmeno i saggi e gli articoli di carattere scientifico-teologico.
Tale norma si configura come una presunzione di colpevolezza ed esprime l’intento di derubricare ad odio qualsiasi opinione non conforme al mainstream. In tal modo non si potrà più articolare nessuna argomentazione critica di carattere teologico su omosessualità, aborto, fecondazione artificiale, divorzio, eutanasia, sperimentazione su embrioni e molto altro. Una legge, al pari di molte altre presenti nel mondo, che è una legge bavaglio per impedire ai dissenzienti di esistere.
Molte critiche sono state mosse a questa proposta e perlopiù il motivo è stato il seguente: questa legge mina alla radice la libertà di parola. Bisogna però intendersi su questa espressione. In senso liberale, a tutti dovrebbe essere riconosciuta la libertà di parola. Nella prospettiva della legge naturale non a tutti. In questa prospettiva la libertà è tale solo se promuove il bene, altrimenti non si può nemmeno più parlare di “libertà”, perché la libertà è unicamente connessa al vero e al bene. Non esiste la libertà di propagandare il male. Se, ad esempio, si vuole usare questa facoltà per incitare alla pedofilia o all’assassinio o al furto, oppure solo per parlarne bene, si comprende facilmente che tale facoltà è usata male, ossia si perverte il fine naturale per cui possediamo questa facoltà. In tali occasioni, transitando dal piano morale a quello giuridico, non si può più dire che la libertà di parola sia un diritto, perché non esiste il diritto all’errore. L’ordinamento giuridico deve dunque vietare la diffusione di idee contrarie al bene comune, altre volte invece le deve tollerare quando il divieto potrebbe provocare più danni che benefici al bene comune stesso.
La maggior parte delle persone aborrisce l’idea che una persona, a favore ad esempio dell’aborto, dovrebbe tacere e non diffondere simili idee, anche nel caso in cui questa maggioranza fosse contraria all’aborto stesso. Questo avviene perché da una parte si è sacralizzata l’idea di libertà al di là del contenuto della libertà stessa – ossia al di là del fine per cui si usa il proprio libero arbitrio – e su altro fronte alcune tematiche paiono essere meramente opinabili e quindi soggette alla libera discussione. Ma queste persone si trovano in difficoltà allorché si applica il principio della libertà di parola a condotte che, almeno ad oggi, suscitano riprovazione collettiva: l’infanticidio, la pedofilia, la violenza sulle donne, l’incesto, lo sfruttamento del lavoro minorile e simili. In questi casi, in modo schizofrenico, la maggior parte delle persone è in genere concorde che non si possa applicare la libertà di parola: chi è a favore di tali pratiche dovrebbe solo essere ridotto al silenzio, così si sostiene, e di certo a lui non dovrebbe essere offerto nessuno spazio di propaganda sui media. I casi dell’infanticidio, della pedofilia, della violenza sulle donne, dello sfruttamento del lavoro minorile, eccetera, sono allora molto utili per far comprendere che la libertà di parola non è sempre un valore: lo diviene solo in relazione all’oggetto della libertà medesima.
E dunque, ritornando alla legge canadese, quest’ultima è una legge iniqua non perché censura la libertà di parola quando è espressione di un credo religioso, ma perché censura la libertà di parola quando è espressione di un credo religioso che va ad affermare alcune verità morali e teologiche, come è il caso della religione cattolica che finisce, suo malgrado, nel mirino di questa norma insieme ad altre confessioni. Perché se, ad esempio, un certo credo promuovesse il matrimonio coatto a danno delle donne sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per vietare di diffondere una simile dottrina. Si vede dunque che l’aspetto scriminante in merito a questo tema non è quello di permettere o vietare la libertà di parola di carattere religioso qualsiasi cosa venga insegnata, ossia al di là del suo contenuto, ma di permettere o vietare la libertà di parola di carattere religioso quando rispettivamente è esercitata bene o male.
Censura della Bibbia, figlia della democrazia liberale
Approvata dal Parlamento canadese la legge che abolisce le norme a tutela dell’espressione delle convinzioni religiose. Ma non basta appellarsi alla libertà religiosa, che è uno dei prodotti della democrazia liberale, cioè dello stesso sistema che oggi censura le Sacre Scritture.

