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A 100 anni dalla morte

Il beato Luigi Talamoni, modello per sacerdoti e insegnanti

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Nel centenario della sua nascita al Cielo riscopriamo l’esempio del fondatore delle Misericordine, esorcista, mistico e professore in vari seminari. Tra i suoi allievi, il futuro papa Pio XI. Uno dei suoi maggiori campi di apostolato: il confessionale.

Ecclesia 31_01_2026

Il 31 gennaio di cento anni fa moriva il beato Luigi Talamoni (Monza, 1848 – Milano, 1926), «guida e padre di anime senza numero», come lo definì Pio XI, il suo allievo più illustre. Confessore instancabile, esorcista, mistico, fondatore di un istituto religioso (le Misericordine, un nome familiare a chi ricorda il caso di Eluana Englaro: per diversi anni furono loro ad assisterla amorevolmente, fin quando non venne sottratta alle loro cure), insegnante e addirittura consigliere comunale. Tante vocazioni vissute dentro la sua vocazione fondamentale, quella di sacerdote, e sempre con un solo fine: fare la volontà di Dio, portando a Lui quante più anime possibili. Questo, in sintesi, il ritratto di Talamoni, una figura ancora poco conosciuta in rapporto alla sua santità.

Una santità che era stata allevata già in famiglia. I suoi genitori, Giuseppe e Maria Sala, recitavano ogni giorno il Rosario. E il padre, un umile cappellaio, quando Luigi era ancora un bambino, iniziò a portarlo quotidianamente con sé al Duomo di Monza, per partecipare alla Messa.

E nell’infanzia, aveva allora 9 anni, Luigi incrociò i passi con colui che sarebbe divenuto il suo maestro spirituale, altra figura di spicco della Monza del XIX secolo: il barnabita Luigi Maria Villoresi (1814-1883). Padre Villoresi capì ben presto che quel fanciullo aveva non solo una profonda pietà, ma anche una grande intelligenza. I Talamoni, però, erano di condizioni modeste. Fu così che lo stesso sacerdote barnabita si preoccupò di trovare i soldi necessari affinché Luigi potesse proseguire gli studi. E nel 1862, pensando che il nostro beato e altri adolescenti da lui aiutati fossero degli ottimi candidati al sacerdozio, Villoresi fece un passo decisivo: fondò quello che venne chiamato il “Seminario dei chierici poveri”. Un istituto che arriverà a ricevere la lode e la benedizione del beato Pio IX e in meno di quarant’anni donerà – come scriverà, ormai adulto, Talamoni – «settecento e più sacerdoti alla diocesi, tanti uomini apostolici alle Missioni, eccetera», prima di essere chiuso (nel 1901) per le divisioni e le invidie interne alla Chiesa.

Un gustoso libretto biograficoIl facchino delle anime (di Maria D. Capozzi, 1966), titolo che ricalca uno degli appellativi del nostro beato – spiega quali furono i primi passi di questo seminario per poveri: «C’erano soltanto due maestri: P. Villoresi ed un vecchio professore di liceo a riposo: il prof. Sala. Poi, un cuoco che fino a qualche ora prima aveva soltanto modellato cappelli, e… sette ragazzi, sette giovanetti buoni, puri, santi, anelanti a Dio, disposti a tutto pur di poter giungere ad essere Sacerdoti. Luigi Talamoni si mantenne dei primi: primo nello studio, primo nella diligenza, soprattutto primo nell’amore per Dio». Quel seminario era sì povero, ma non lo era la sua cappellina, perché padre Villoresi – nel solco dell’originario carisma barnabita – faceva di tutto per onorare il Santissimo, lo esponeva all’adorazione tra candele e fiori, consentiva di fare la Comunione ogni giorno, cosa per nulla scontata all’epoca. In breve, trasmetteva ai seminaristi il suo amore per Gesù. E li esortava anche ad avere una grande venerazione per la Madonna e san Giuseppe.

Tra Villoresi e i suoi allievi c’era un rapporto come tra padre e figli, che si traduceva in consigli, lodi e, alla bisogna, anche rimproveri. «Sta’ sano, e non ti dimenticare che coll’aiuto di Dio faremo cose grandi, cioè la sua volontà. Quando si ha questo si ha tutto» (14 gennaio 1869), scriveva padre Villoresi a Talamoni in una delle varie lettere al tempo in cui quest’ultimo frequentava il Seminario maggiore di Milano (quello per poveri arrivava fino al liceo).

Ordinato sacerdote, con sua somma gioia, a 22 anni e mezzo, Talamoni avrebbe voluto partire come missionario, ma la sua debolezza fisica non lo permetteva. La sua terra di missione fu prima Milano e, poi, soprattutto Monza, la sua città natale. E i suoi principali campi di apostolato furono l’insegnamento e il confessionale. A proposito del primo, nell’anno 1874-1875 ebbe, come studente di filosofia, Achille Ratti. Quando, quasi mezzo secolo più tardi, Ratti divenne papa con il nome di Pio XI, monsignor Talamoni, intervistato dal Corriere della Sera, disse di lui: «Fu uno scolaro straordinario. Egli era di edificazione e di stimolo a tutti, così che io stesso mi sentivo costretto a studiare bene le mie lezioni per presentarmi ben preparato dinanzi a un tale allievo» (8 febbraio 1922). Ma se Pio XI rimane il nome più celebre, va aggiunto che diversi altri alunni di Talamoni si distinsero per le loro virtù, alcuni diventarono vescovi e cardinali, e portavano gratitudine al loro maestro. Tutto ciò non era frutto del caso, bensì della cura che il nostro beato metteva nella formazione dei seminaristi, ritenendo che più i sacerdoti sono fedeli a Cristo più sono le anime che si salvano e santificano. Il beato era un grande oratore, con un metodo che teneva alta l’attenzione dei suoi alunni: ma il fine delle sue lezioni – dalla letteratura alla filosofia – non era quello di dar sfoggio della sua erudizione, ma di accendere l’altro all’amore di Dio. In particolare, lo attraeva la storia e a sua volta sapeva renderla attraente, mostrando come nelle pieghe dei vari eventi – pure i più tragici – Dio operi ineffabilmente, traendo del bene anche dal male, generando conversioni.

Val la pena dare almeno uno sguardo al Talamoni confessore. Lo chiamavano il “mangia peccati” per il molto tempo che trascorreva in confessionale, dove si formavano lunghe file di penitenti fin dalle prime ore del mattino. Abitualmente amministrava il sacramento nel primo confessionale che si incontrava a sinistra entrando al Duomo di Monza e che è tuttora presente nella Cappella della Visitazione, dove oggi sono conservate le sue spoglie. Non di rado, già alle 6 del mattino era in Duomo per essere pronto, all’apertura della porta, ad accogliere i penitenti. Prima di entrare in confessionale si raccoglieva in preghiera. Nella Positio sulle sue virtù, mons. Giovanni Macchi testimoniò che Talamoni «correggeva con amorevolezza e lasciava in chi lo avvicinava un non so che di attrattiva. Confessando prendeva quasi su di sé le colpe, riuscendo a commuovere e convincere il penitente; quando un peccatore cadeva nelle sue mani doveva piangere con lui».

Al suo ministero dentro il confessionale sono legati anche vari episodi che ci rivelano i suoi doni mistici. Un esempio su tutti. Un giorno, una fedele, che nemmeno conosceva don Luigi Talamoni, era assalita da scrupoli di coscienza e non sapeva se fosse in grazia per poter ricevere l’Eucaristia. Si stava dirigendo verso la Cappella del Santissimo e, nel tragitto, passò davanti al confessionale di don Luigi, come al solito affollatissimo. Mentre era intento a confessare, il beato scostò la tendina e, proprio mentre passava quella donna piena di dubbi, le disse forte: «Vada a fare la Comunione!».

Il beato predisse e ottenne per i suoi penitenti anche tante guarigioni da malattie fisiche, a volte raccomandando loro di recitare una novena. E quando non prometteva la guarigione del corpo, trasmetteva ai malati e ai loro cari la pace per vivere quella prova in vista dei beni eterni.



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