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JIHAD

Hamas non ha mai risparmiato donne e bambini

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Hamas non ha risparmiato nemmeno i bambini, nell'eccidio che ha commesso in Israele. Non li ha mai rispettati, né i suoi né quelli del nemico. Ha usato i bambini come terroristi suicidi, indottrinandoli sin da subito. Così come ha usato le donne nei suoi attentati. 

Esteri 13_10_2023 English
L'asilo di Kfar Aza, luogo dello sterminio dei bambini

I militanti di Hamas non hanno risparmiato neanche i bambini. Ne hanno uccisi decine, persino dei neonati, alcuni decapitati. Le notizie che arrivano da Israele in questi giorni suscitano orrore. Apparteniamo a un mondo in cui non si ammette che si possa infierire così su dei bambini. Chi lo fa è un mostro che non ha giustificazioni e che non merita pietà.

Ma dovremmo ormai sapere che invece c’è un mondo in cui l’infanzia non dà diritti né tutele, in cui si possono considerare nemici da abbattere anche i bambini degli avversari, in cui addirittura si concepisce di sacrificare i propri figli: in guerra, mandati a morire, e in pace, uccisi in nome dell’onore famigliare. Quasi ce ne siamo dimenticati, ma quanti bambini sono morti in Israele, straziati dalle esplosioni, all’epoca degli attentati dinamitardi suicidi. Chi più di un bambino poteva passare inosservato i controlli di sicurezza e così ai piccoli palestinesi facevano indossare dei giubbotti pieni di esplosivi, poi li facevano saltare in aria alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto. Per questo i genitori israeliani non lasciavano viaggiare i figli sugli stessi mezzi e per questo nel 2002 è iniziata la costruzione quella barriera anti-terrorismo che mezzo mondo ha condannato chiamandola “muro dell’apartheid” o “muro della vergogna”, e invece ha salvato la vita di centinaia, forse migliaia di bambini palestinesi e israeliani.

I giovani attentatori palestinesi reclutati da terroristi si chiamavano shahid, martiri testimoni della fede, combattenti della guerra santa, il jihad. “Gli shahid costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo – aveva detto nel 2002 il leader dell’Anp, Yasser Arafat, durante un discorso rivolto a dei bambini – il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell’eroe diventa shahid?”. I filmati mandati in onda dalla televisione palestinese mostravano bambini eroi che lasciavano mamma, casa e giocattoli per andare a morire, madri di piccoli shahid in lacrime, ma fiere e felici della decisione dei loro figli. I piccoli palestinesi imparavano a scuola, sui libri di testo e dalle parole dei loro insegnanti, che il martirio è glorioso, apre la strada del Paradiso.

Trasformare i bambini in combattenti, educarli all’odio è una gravissima violazione dei loro diritti. L’estrema perversione è trasformarli in strumenti di guerra. I terroristi di Hamas li usano tuttora come scudi umani, li mandano  in avanscoperta lungo i confini con Israele, esposti in prima linea mentre loro restano al sicuro, oltre il raggio d’azione dei militari israeliani. L’esempio è partito dall’Iran, dal regime sciita degli ayatollah. Furono loro a ricuperare l’antica idea del sacrificio di sé come arma di guerra. Durante il conflitto con l’Iraq, dal 1980-1988, i militari, convincendo le famiglie a cederli o sequestrandoli per strada, hanno arruolato decine di migliaia di bambini e ragazzini e ne hanno fatto degli shahid. A tutti veniva data una chiave dorata di plastica da appendere al collo o da stringere in mano. Si dice che ne avessero acquistate centinaia di migliaia. Se fossero morti, assicuravano ai ragazzi e ai loro genitori, con quella chiave avrebbero aperto la porta del Paradiso. In questo modo li convincevano al sacrificio di sé, per la causa suprema della vittoria in nome di Allah. Poi li facevano camminare sui campi minati, per renderli sicuri prima del transito delle truppe, oppure marciare contro il nemico, davanti a tutti. Sul fronte opposto, a volte i militari iracheni, sconvolti, abbandonavano le mitragliatrici e fuggivano piuttosto che sparare su dei bambini che avevano l’età dei loro figli.

Hamas però ha usato anche delle donne, delle mamme, per compiere i suoi attentati dinamitardi. Una delle prime mamme palestinesi a farsi esplodere è stata Reem Salah al-Rayashi, nel gennaio del 2004. Aveva 23 anni, apparteneva a una famiglia benestante e laica, residente a Gaza, aveva due bambini, uno di tre anni e uno di 18 mesi. Ha ucciso quattro israeliani al valico di Erez. Quella di Reem in realtà è stata una esecuzione. La  donna aveva avuto un amante, doveva morire per restituire onore alla sua famiglia. Fu il marito, militante di Hamas, a portarla in auto in prossimità del valico e il suo amante fornì la cintura esplosiva. Con ciò quest’ultimo, anch’esso un comandante di Hamas, potrebbe essersi riscattato, evitando la morte che a seconda dei casi i musulmani infliggono anche al seduttore.

Altre donne invece hanno scelto spontaneamente di diventare shahid. A una di queste, Hanadi Jaradat, 28 anni, che nell’ottobre del 2003 ha provocato una strage ad Haifa nel ristorante Maxim dove era entrata portando un neonato in un passeggino, il cantautore italiano Roberto Vecchioni ha dedicato una canzone, Marika. “Canta Marika canta – dicono i versi – come sei bella l’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio in seno… canta Marika canta siamo i tuoi occhi siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda che anche sulla terra c’è il paradiso, stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero”. Il “fiore” è la carica di esplosivo che uccise 21 israeliani, tra cui tre bambini di 11, 4 e 1 anno, e ne ferì 60.