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Gheddafi rilancia la sfida e si prepara allo scontro finale

Primo discorso alla nazione del leader libico dall'inizio della crisi: Gheddafi rifiuta di mollare il potere, smentisce l'uso della forza, attacca i dimostranti "vigliacchi e traditori" e chiama tutti i suoi sostenitori a "ricacciarli nelle loro tane".
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gheddafi
Gheddafi non ci pensa neanche a lasciare il suo posto e si dice disposto a “morire da martire”, smentisce di aver fatto uso della forza ma è pronto a farlo per ricacciare indietro “vigliacchi e traditori”. Così il leader libico è apparso questa sera alla tv di stato rivolgendo un discorso alla nazione, che fa presagire altri giorni di violenze e scontri, visto che ha chiamato a scendere in piazzo tutti i suoi sostenitori.

Per Gheddafi si è trattato del primo importante intervento pubblico – a parte la fugace apparizione della scorsa notte per far sapere che è a Tripoli e non in Venezuela come alcune voci sostenevano – dall’inizio della crisi una settimana fa. Il colonnello è accusato di aver dato l’ordine di sparare sulla folla e ancora ieri, secondo testimoni, il fuoco sarebbe stato fatto dagli aerei che sorvolano la capitale. Fonti di organizzazioni umanitarie parlano di 300 morti, ma Gheddafi afferma che si tratta solo di propaganda internazionale mentre attacca duramente i manifestanti, definiti “servi del diavolo”.

Il leader libico ha parlato di sé come di colui che ha portato gloria alla Libia e che non si può dimettere anche perché non ricopre alcuna posizione ufficiale da cui dimettersi. “Io rimango il capo della rivoluzione” e per questo è pronto a “morire da martire” per difendere la Libia dai “vigliacchi e traditori” che cercano di precipitare il paese nel caos e di “umiliare” il popolo. Ai manifestanti sono stati distribuiti alcol e droghe, ha detto Gheddafi e ha invitato “tutti coloro che amano Muammar Gheddafi” a scendere in piazza a suo sostegno attaccando le “gang” criminali nelle “loro tane”. “Se sarà necessario ha concluso Gheddafi – useremo la forza secondo il diritto internazionale e la Costituzione della Libia”.

"SONO A TRIPOLI NON IN VENEZUELA"
“Sono a Tripoli, non in Venezuela”. Così ha detto il colonnello Gheddafi apparendo in tv alle 2 di notte ora locale (le 1 in Italia) in un’insolita situazione, ovvero mentre, riparandosi dalla pioggia con un grande ombrello, tra le rovine dell’edificio della tv di stato entrava in una vecchia auto bianca diretto non si sa dove. Il leader libico ha anche invitato a non dare ascolto alle tv straniere che ha definito “cani”.

L’intervento di Gheddafi è arrivato dopo i violenti scontri che si sono succeduti a Tripoli ancora ieri, con aerei militari che hanno aperto il fuoco sulla folla dei dimostranti, secondo testimoni oculari. Non si conosce il bilancio di queste azioni, anche se alcune fonti dell’opposizione parlano addirittura di centinaia di morti. Fonti ufficiali del governo e la tv di stato hanno smentito, negando qualsiasi massacro e affermando che gli aerei hanno colpito delle installazioni militari occupate da ribelli, ma il fatto è confermato sia dalla fuga di due piloti che, per non sparare sui dimostranti, con i loro caccia sono arrivati ieri sera a Malta chiedendo rifugio politico; sia dall’ammutinamento dei diplomatici libici all’Onu, che hanno chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermare la brutale repressione messa in atto dagli uomini del colonnello Gheddafi. Il vice rappresentante permanente Ibrahim Dabbashi ha detto che i libici devono essere protetti dal “genocidio” e ha chiesto all’Onu di imporre una “no-fly zone”, una zona interdetta al volo. Anche un diplomatico libico in servizio negli Stati Uniti, Ali Aujali, ha criticato Gheddafi dichiarando che “non poteva appoggiare un governo che uccide la sua gente”.

La situazione per Gheddafi è dunque difficilissima perché mentre l’opposizione di piazza cresce, i metodi brutali attuati dall’esercito con l’ausilio di truppe mercenarie fatte arrivare dai paesi dell’Africa sub-sahariana, fanno crescere le defezioni all’interno del regime. Malgrado ciò il leader libico non molla, e la situazione sul campo appare quanto mai incerta, malgrado il regime abbia ammesso di aver perso il controllo delle principali città orientali, Bengasi e al-Mayda in testa. Anche il ministro della Giustizia, Mustapha Abdul jalil si è dimesso a causa “dell’uso eccessivo di violenza” per contrastare i dimostranti.

Intanto, proprio sulla repressione in atto, è stato convocato d’urgenza il Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre Stati Uniti e Unione Europea hanno fermamente condannato la repressione.

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