Ghali, Boldi e le Olimpiadi già rovinate dalle divisioni ideologiche
Le Olimpiadi antiche costituivano un momento di tregua. Le Olimpiadi moderne, producono ancora più polemiche politiche. L'edizione 2026 di Milano-Cortina non fa eccezione: come mostrano le polemiche su Ghali, Boldi e l'esclusione degli atleti russi.
Le Olimpiadi, oltre a celebrare il meglio dello sport mondiale, spesso finiscono anche per diventare uno specchio delle tensioni culturali, politiche e sociali del loro tempo. Già nell’antichità, i Giochi olimpici avevano una funzione simile; rappresentavano un periodo di tregua tra le città-stato in conflitto, un momento in cui le rivalità venivano messe da parte per celebrare lo spirito sportivo. Fin dall’inizio, quindi, le Olimpiadi sono state concepite come uno spazio separato, in cui lo sport doveva restare al di sopra delle divisioni ideologiche. Oggi, però, questo equilibrio appare sempre più fragile, il che genera frequenti polemiche, come la partecipazione di Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, l’esclusione degli atleti russi nella scorsa edizione dei Giochi e, in un contesto diverso ma collegato, il recente commento di Massimo Boldi durante un’intervista ritenuto “incompatibile con i valori olimpici”.
La polemica su Ghali nasce dal fatto che è un artista conosciuto non solo per la sua musica ma anche per le sue posizioni politiche su temi internazionali delicati. La sua possibile presenza alle Olimpiadi come rappresentante culturale ha creato diverse discussioni: alcuni temono che possa trasformare un evento sportivo globale in uno spazio per messaggi politici, mentre altri difendono il suo diritto di esprimersi liberamente. Questo dibattito, però, va oltre la figura di Ghali e riguarda il tema più ampio dei limiti tra sport, cultura e politica all’interno delle Olimpiadi.
Anche l’esclusione degli atleti russi dalle competizioni internazionali dopo l’invasione dell’Ucraina ha creato delle discussioni simili. La scelta di bandire intere squadre nazionali nasce dall’intento di esercitare una pressione diplomatica, ma finisce per penalizzare individui che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni dei loro governi. Questo tipo di punizione collettiva va contro il principio olimpico di universalità e rischia di usare gli atleti come strumenti di scontro politico. È una decisione comprensibile dal punto di vista morale e simbolico, ma mette in discussione il ruolo dello sport tra autonomia e applicazione delle sanzioni internazionali.
A rendere ancora più evidente quanto sia fragile il confine tra sport e spettacolo, si è aggiunto di recente il caso di Massimo Boldi. Un commento considerato inopportuno, pronunciato con leggerezza ma immediatamente amplificato dal circuito mediatico, ha generato una tempesta di reazioni. Al di là della singola frase, il caso mostra un meccanismo ormai frequente: le parole di personaggi pubblici vengono interpretate come messaggi politici e finiscono per trasformare un momento di celebrazione collettiva in una polemica permanente. Ne ha fatto le spese Boldi, che si è scusato subito dopo e che di professione fa il comico, ragion per cui è abituato alle iperboli. I suoi film lo hanno sempre mostrato in atteggiamenti “sopra le righe” per cui appare alquanto azzardato che una sua frase giudicata sessista, e che innegabilmente era scurrile e fuori luogo, ne abbia tuttavia comportato l’esclusione dal gruppo dei tedofori.
Questi tre episodi, apparentemente scollegati, raccontano quindi un’unica tendenza, ovvero la crescente difficoltà nel preservare degli spazi che siano realmente neutrali. Le Olimpiadi nascono con l’idea di un’arena dove contano il merito atletico, il sacrificio personale e il rispetto delle regole comuni. Tuttavia, quando la partecipazione viene filtrata attraverso criteri politici o quando la cerimonia inaugurale diventa un palco per messaggi divisivi, il rischio è che il senso stesso dell’evento venga alterato.
Non si tratta di negare che lo sport sia legato alla società. Gli atleti sono cittadini, gli artisti hanno le proprie opinioni e i governi hanno i loro interessi, quindi pretendere una totale separazione sarebbe irrealistico. Tuttavia, una cosa è riconoscere questo legame, un’altra è accettare che ogni evento sportivo venga riempito di significati che non gli appartengono. Quando lo sport diventa soltanto un prolungamento del confronto politico, perde la sua funzione più importante, ossia essere uno spazio di incontro in cui ci si confronta secondo regole comuni e non in base alle ideologie.
Perciò, la questione non è censurare artisti, zittire le opinioni o ignorare le ingiustizie del mondo. Si tratta piuttosto di capire quale sia lo spazio adatto per ogni tipo di confronto. Le Olimpiadi non sono un parlamento né un tribunale morale globale, sono un evento sportivo con una tradizione ben precisa che mette al centro la competizione leale e non la contrapposizione politica.
Quando questo equilibrio si rompe, le conseguenze diventano inevitabili ed evidenti: tifoserie che si dividono e che si contrappongono, atleti trasformati in simboli o bandiere ideologiche contro la loro stessa volontà, e momenti di festa e condivisione che finiscono invece per trasformarsi in un terreno di scontro e polemica. In questo clima, ciò che viene messo in secondo piano è proprio lo sport, ovvero quell’elemento che, per sua natura, avrebbe dovuto unire e favorire un senso di appartenenza comune.
Se vogliamo che le Olimpiadi continuino a rappresentare un momento di unità globale e di condivisione, è fondamentale proteggerne l’identità. Lo sport deve restare, prima di tutto, sport; le Olimpiadi devono conservare la loro essenza, il loro valore intrinseco, essere il più possibile libere da pressioni, condizionamenti o strumentalizzazioni esterne al campo di gara.
Non si tratta di chiudere gli occhi di fronte al mondo o di ignorarne i conflitti, ma di riconoscere l’importanza di avere uno spazio in cui le differenze, le tensioni e le rivalità possano essere misurate attraverso la competizione sportiva, con regole, fatica e risultati concreti, e non attraverso slogan, propaganda o schieramenti ideologici. In questo modo, lo sport mantiene la sua capacità unica di unire, di costruire ponti tra culture e di mostrare che, al di là delle divergenze, esistono valori condivisi che possono parlare a tutti.


