Garlasco e cronaca nera, si fermi il circo mediatico-giudiziario
Il circo mediatico giudiziario non si ferma mai sul caso Garlasco. Nei continui talk show sull'omicidio di Chiara Poggi, si svelano dettagli morbosi e non essenziali che violano la privacy. Interviene il Garante della privacy.
Se ne parla sempre più spesso del circo mediatico-giudiziario che si scatena sui principali canali televisivi a proposito di vicende di cronaca nera che sembravano morte e sepolte e che invece si riaprono con nuovi (presunti) indizi. Eppure nessuno ha il coraggio di stopparlo e di intervenire sui nervi scoperti che impediscono ai cittadini di comprendere a fondo la realtà dei fatti e di riuscire a discernere verità ormai acquisite e illazioni invece tutte da verificare.
Il tema dei cosiddetti processi mediatici torna con forza al centro del dibattito pubblico, mostrando ancora una volta quanto sia fragile l’equilibrio tra diritto di cronaca, libertà di informazione e tutela della dignità e della privacy delle persone coinvolte nelle vicende giudiziarie.
In un contesto dominato da flussi comunicativi incessanti, talk show giudiziari, ricostruzioni televisive iper-dettagliate e articoli online che moltiplicano nomi, immagini e particolari personali, il rischio è quello di trasformare fatti drammatici e procedimenti complessi in narrazioni semplificate e spesso distorte, capaci di incidere profondamente sulla vita delle vittime, dei loro familiari e degli stessi indagati, ben prima che la giustizia abbia compiuto il proprio percorso.
È proprio su questo crinale che si collocano due importanti novità emerse negli ultimi giorni, che segnalano una rinnovata attenzione delle Autorità di garanzia verso derive sempre più evidenti. Da un lato, il Garante per la protezione dei dati personali ha diffuso un comunicato stampa di forte richiamo nei confronti di media e siti web che, nel raccontare la tragica vicenda di Chiara Poggi, continuano a diffondere immagini, nomi e dettagli che eccedono le pur legittime finalità informative.
L’Autorità garante della privacy ha sottolineato come il progressivo aumento del livello di dettaglio con cui vengono ricostruiti fatti, contesti personali e profili individuali stia facendo degenerare la cronaca in una forma di morbosa spettacolarizzazione, in contrasto con il principio di essenzialità dell’informazione e in violazione sia della normativa sulla protezione dei dati personali sia delle regole deontologiche dei giornalisti.
Il Garante ha ribadito che il rispetto della persona e della sua dignità rappresenta un limite invalicabile dell’attività informativa e che tale rispetto deve essere garantito non solo alla vittima, ma anche ai familiari, agli indagati e a tutte le persone, anche indirettamente, coinvolte o richiamate nella narrazione mediatica, riservandosi l’adozione di ulteriori provvedimenti.
Dall’altro lato, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha richiamato il valore del Codice di autoregolamentazione sui processi mediatici del 2009, relativo alla rappresentazione delle vicende giudiziarie in televisione, lasciando intendere la volontà di tornare ad applicarlo in modo più incisivo per responsabilizzare le emittenti a un uso corretto del linguaggio nella cronaca giudiziaria e per contrastare la spettacolarizzazione della cronaca nera.
Un fenomeno, quest’ultimo, che vede sempre più spesso studi televisivi trasformarsi in surrogati delle aule di tribunale, con opinionisti e conduttori che pronunciano verdetti definitivi e sentenze inoppugnabili mentre i procedimenti sono ancora in corso, anticipandone l’esito in chiave colpevolista o innocentista e influenzando l’opinione pubblica in modo potenzialmente irreversibile.
In questa prospettiva, Agcom intende ricostituire il comitato chiamato a vigilare sulle violazioni del Codice, al quale dovrebbero partecipare tutti i broadcaster e i soggetti che lo hanno sottoscritto, nel tentativo di riportare al centro il senso di responsabilità che dovrebbe accompagnare l’informazione giudiziaria. Questi interventi segnalano come il problema non sia la cronaca in sé, ma il modo in cui essa viene esercitata, quando perde misura, contesto e prudenza e finisce per sovrapporsi al lavoro dei giudici, esponendo le persone a una gogna mediatica che lascia segni profondi e spesso irreparabili.
Tutelare la privacy, la dignità e la presunzione di innocenza non significa comprimere il diritto di informare, ma rafforzarne la qualità e l’affidabilità, ricordando che dietro ogni procedimento ci sono esseri umani e che la giustizia, per essere tale, ha bisogno di tempo, silenzio e rispetto, non di clamore e semplificazioni urlate.

