Eutanasia, il piano inclinato del Victoria: boom di domande
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Nello Stato del Victoria, da luglio 2025 a giugno 2026, si sono registrate 1138 domande ufficiali di «aiuto a morire», il 38% in più rispetto ai 12 mesi precedenti. E si dice ai medici di essere «proattivi» nell’informare sull’eutanasia. Ecco le conseguenze nefaste di una legge pro morte.
Se in tutti i Paesi dove esiste una legge pro eutanasia (dal Belgio all’Olanda, dal Canada alla Spagna), le domande per fruire della “dolce morte” aumentano costantemente, e a volte drasticamente, anno dopo anno, cosa dimostra questo se non che la legge forma, o deforma, le mentalità? L’ultimo caso in tal senso riguarda l’Australia, in particolare lo Stato del Victoria, che ha circa 7 milioni di abitanti e Melbourne per capitale. Secondo i dati del rapporto ufficiale annuale pubblicato alcuni giorni fa, da quando la legge sull’eutanasia è stata approvata nel 2019, le persone che ne hanno fatto domanda sono state 4790, con un aumento costante, senza soluzione di continuità.
Nel periodo che va dal luglio 2025 al giugno 2026 si sono registrate «1138 domande» ufficiali di «aiuto a morire», detto qui voluntary assisted dying (Vad), cioè «morte assistita volontaria», con il sofisma tipico di parlare ingannevolmente di «assistenza» mentre qui chi assiste è lo stesso che sopprime. Si tratta di un aumento netto del 38% delle domande, rispetto all’anno precedente. Eppure il numero dei malati gravi e incurabili, pretesto “emotivo” più che scientifico sbandierato dai fautori dell’eutanasia, non aumenta generalmente in modo così cospicuo, in assenza di epidemie e guerre, specie in soli 12 mesi.
Di queste 1138 domande di morte, «401 sono state annullate o ritirate» mentre le restanti 737 sono «state finalizzate», con l’uso dell’iniezione letale in «702 casi». Molte delle domande annullate o ritirate, nota il rapporto, si spiegano con il decesso naturale della persona che in precedenza aveva richiesto l’eutanasia attiva. Ma qui il rapporto dello Stato del Victoria fa una digressione veramente allucinante, che dimostra ancora una volta come l’eutanasia legale divenga presto una macchina che alimenta se stessa, dimenticando o scavalcando le presunte ragioni di “pietà” che l’avevano costruita. La commissione incaricata dal governo di redigere il rapporto osserva che la «morte naturale» dei pazienti, che giunge «inattesa» tra la domanda di eutanasia e la sua esecuzione, è il segno che «tantissimi pazienti» avviano la procedura legale di Vad «quando si trovano già in uno stadio molto avanzato della malattia». E allora?
E allora gli anti-vita ricordano, sfiorando il reato di «incitamento al suicidio» (di Stato), che dal 2026 «la legge dello Stato è cambiata». «D’ora in poi» infatti – si presti attenzione alle parole – i medici potranno «fornire informazioni in modo proattivo» a quei pazienti che sono «potenzialmente interessati» a mettere fine ai propri giorni. In modo proattivo? Sì, perché i cittadini malati avranno il diritto all’«aiuto a morire», come afferma la commissione, anche nel caso in cui «la loro aspettativa di vita sia inferiore ai 12 mesi», contro i soli «6 mesi attuali». Tutto chiaro? Nel dubbio, si incoraggia il paziente a farla finita, né più né meno. Questi cambiamenti, concludono gli autori del rapporto, «potrebbero consentire» un accesso più rapido «all’aiuto medico alla morte» e così «ridurre il numero di ritiri delle richieste». Il problema del «comitato scientifico» che si occupa di monitorare l’eutanasia in uno Stato occidentale, ufficialmente «di diritto», non è quello dell’aumento esponenziale, quasi del 40%, delle domande di eutanasia da un anno all’altro: ma sta nel fatto che i malati che richiedono l’eutanasia muoiono – in buona parte – per cause naturali prima che «l’intervento» sia avvenuto!
Lo stesso rapporto, coerente con questa volontà mortifera che sembra animarlo, aggiunge che dal 2027 – nuovo progresso sociale – il richiedente «potrà scegliere» tra l’«auto-somministrazione» della sostanza letale e la somministrazione «da parte di un medico». Ma tale «libera scelta» tra farsi uccidere o uccidersi da soli renderà più “banale” proprio l’atto di darsi (e di dare) la morte, come se la sostanza letale di cui sopra fosse un mero calmante o un sonnifero. La realtà ormai ci dice chiaramente che sono proprio queste norme infami a generare una cultura anti-vita che amplifica le richieste di morte e le rende quasi obbligatorie per i pazienti più soli e fragili, che tendono a percepirsi come un “peso sociale”. Poi, rapidamente, le presunte “giuste cause” per eliminare la vita altrui tendono ad allargarsi e a trasformarsi in boomerang che spazzano via i “paletti” tanto cari alle anime belle del progressismo e della “morte scelta”.

