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E' Draghi il vero censore di Tremonti

Nel mirino del prossimo presidente della Bce, la politica di tagli uniformi alla spesa, che impediscono di allocare risorse dove sono necessarie.

draghi tremonti

Sono state tre, secondo il presidente del Consiglio, le cause della sconfitta del centro-destra alle elezioni amministrative: le scelte sbagliate dei candidati, la compagna mediatica e il fisco. Un atto di accusa quindi al partito, dove è stato prontamente nominato un nuovo segretario, ai mezzi di comunicazione, non nuovi ad essere messi nel mirino da Berlusconi, e al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, primo responsabile della politica fiscale.

Al di là dei giudizi politici, cioè il fatto che Berlusconi veda in Tremonti la personalità maggiormente in grado di "sostituirlo" anche per i suoi rapporti preferenziali con la Lega, restano comunque le critiche per una politica fiscale che avrebbe fortemente scontentato l'elettorato e avrebbe provocato da una parte il forte astensionismo e dall'altra un sicuro passaggio di voti verso la sinistra.

A Tremonti tutti danno atto di aver tenuto in sicurezza i conti pubblici, di aver resistito alla richiesta di spesa da parte dei ministeri, di aver tenuto l'Italia, pur con il suo altissimo debito pubblico, al di fuori delle tempeste che invece hanno interessato la Grecia, il Portogallo, l'Irlanda e la Spagna. Ma tutto questo è stato ottenuto con due scelte di fondo: in primo luogo un taglio lento, ma progressivo della spesa pubblica in tutte le sue dimensioni, dai ministeri agli enti locali; in secondo luogo con un rinvio alle calende greche della riforma fiscale e soprattutto della riduzione delle aliquote che colpiscono i redditi delle famiglie e delle imprese.

Su entrambi i punti le critiche non sono venute solo da Berlusconi, ma anche da un osservatore autorevole e sicuramente al di sopra delle parti come il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ormai in partenza per la poltrona più alta della Banca centrale europea.
Nelle sue considerazioni finali infatti Draghi ha sottolineato come "per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci : questi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie, sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo, penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose". Un attacco diretto, chiaro ed esplicito alla politica di Tremonti tanto più che Draghi ha aggiunto uno schiaffo diretto al ministro in carica citando come esempio virtuoso quanto aveva iniziato a fare nel precedente governo il compianto ministro Tommaso Padoa-Schioppa.

E anche sulla politica fiscale Draghi è stato esplicito affermando che "va ridotto l'onere che grava su tanti lavoratori e imprenditori onesti e quindi vanno ridotte le aliquote sui redditi dei lavoratori e delle imprese compensando il minor gettito con ulteriori recuperi dell'evasione fiscale in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l'amministrazione ha recentemente conseguito". Quest'ultima osservazione potrebbe sembrare un elogio a Tremonti, e in parte lo è stato, ma non va dimenticato che proprio l'eccessiva severità dell'Agenzia delle entrate era stata pochi giorni prima severamente criticata da esponenti di rilievo della maggioranza di governo.

Fare il ministro delle tasse non è mai stato facile in Italia ed è fuori discussione che il fisco sia uno degli argomenti più sensibili nella formazione del consenso popolare. Anche perché è un dato di fatto che in Italia sopravvive una vasta area di evasione fiscale che va di pari passo con l'economia sommersa mentre la pressione fiscale resta particolarmente alta: le cifre ufficiali parlano del 43%, ma se si tiene conto che si tratta di una media ne risulta che il prelievo effettivo supera sicuramente il 50%.

Berlusconi aveva fatto del Fisco uno dei suoi cavalli di battaglia fin dall'inizio: nel famoso contratto con gli italiani erano state promesse due sole aliquote sui redditi, del 23 e del 33%. Un sogno, anzi un'utopia, rispetto ai livelli attuali.

Il problema di fondo è che è mancata una vera e coerente politica di tagli alle spese. Perché se si toglie poco a tutti, come ha ricordato Draghi, non si fa altro che aumentare l'inefficienza di ciascuno. Sarebbe invece necessario agire con maggiore coraggio riducendo insieme i costi della politica e il perimetro di intervento dello Stato. Un esempio: l'abolizione delle province. Mentre si parla di federalismo, affidando alle regioni e ai comuni maggiori poteri anche fiscali, si dovrebbero abolire presidenti, giunte, assessori, consigli provinciali di nomina politica lasciando che le competenze attuali delle province (edifici scolastici, strade, promozione turistica, ambiente) siano gestite da uffici tecnici sotto la guida strategica delle regioni.

Eppure diminuire le tasse costituirebbe una delle poche ricette sicure per avviare quella ripresa economica di cui l'Italia ha fortemente bisogno soprattutto per ridurre la disoccupazione e offrire prospettive di lavoro più sicure ai giovani. Ridurre le tasse vuol dire per le famiglie aumentare le possibilità di spesa, sostenendo quindi i consumi, e per le imprese migliorare la competitività e quindi offrire maggiori potenzialità sia all'interno sia sul fronte delle esportazioni.

A questo punto la colpa di Tremonti è quella di aver attuato l'unica politica possibile, date le circostanze. Perchè di tagliare i costi (e le poltrone) della politica nessuno vuol sentire parlare. Confermando l'eterno paradosso italiano: come si può pretendere che la politica riformi se stessa? Un risultato impossibile, a meno che il senso di responsabilità collettivo e la speranza del bene comune non riescano a vincere gli interessi individuali (e di partito).

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