Dopo Ravagnani dovrebbe lasciare pure chi non lo ha formato
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La "scelta" del prete-influencer addolora quanto le sue strambe idee teologiche su cui nessuno ha vigilato. Inevitabile interrogarsi su cosa (non) gli hanno insegnato in seminario e sulle responsabilità in diocesi ambrosiana, dove il suo è solo l'ultimo di una serie di abbandoni.
L’annuncio dato da don Alberto Ravagnani, che ha comprensibilmente addolorato molti, non è altro che la logica e ovvia conseguenza di una impostazione gravemente deviata che egli ha appreso nel proprio seminario. Un’impostazione che è l’incomprensione totale del cristianesimo e del sacerdozio, portata avanti da una certa teologia che impera, a tragico onor del vero, non sono al seminario di Venegono, ma in buona parte delle diocesi e delle facoltà teologiche, facendo crollare anno dopo anno il numero e la qualità dei nuovi sacerdoti.
È dunque un bene per lui e per tutta la Chiesa che egli, con queste premesse, abbia lasciato il sacerdozio. Nel suo dialogo con Giacomo Poretti – che ha già oltrepassato abbondantemente le 100 mila visualizzazioni in tre giorni, e che è pieno di castronerie grosse come una casa –, don Ravagnani ha avuto il merito di rendere nota al grande pubblico questa teologia prostituita che di cristiano ormai non ha più nulla, lasciando sovente perplesso il suo interlocutore, che ha più volte cercato con apprezzabile delicatezza di farsi dire qualcosa di cattolico da un prete.
Qui un breve scambio tra i due: «Don Ravagnani: Di fronte ad Abramo mi scandalizzo e mi dico “Meno male che è arrivato Gesù, sennò sarebbe stato un problema”. Dio che chiede ad Abramo di sacrificare il proprio figlio lo trovo bestiale, ben poco divino. Poretti: scusami, ma è quello che ha fatto Dio con suo figlio. Don Ravagnani: Gesù non è venuto a morire per noi, Gesù è venuto a vivere. Gli uomini hanno ucciso Gesù. Il suo obiettivo non era morire».
C’è bisogno di commentare? La croce è stato un incidente di percorso nella vita di Gesù, una tragedia inattesa che ha interrotto prematuramente una vita nella sua parabola ascendente. Un vero peccato: chissà quante altre cose belle Gesù avrebbe potuto dire e fare! Giovanni Battista, che ha salutato il Signore Gesù come l’Agnello sacrificale venuto nel mondo per redimere gli uomini dal peccato, non fu illuminato dall’alto, ma era semplicemente una Cassandra, un uomo dalla spiritualità un po’ troppo austera e lugubre: qualche digiuno in meno gli avrebbe certamente giovato per una visione più luminosa e serena della realtà.
Che il Figlio di Dio abbia preso la nostra natura umana per immolarla per la nostra redenzione, per strapparci dal potere del maligno, del peccato e della morte, è il cuore della nostra fede. Ed è quell’immolazione che la Chiesa, su comando del Signore, perpetua fino alla fine del mondo, perché è da lì che proviene la salvezza. Don Ravagnani sembra non rendersene conto. Eppure è la bocca stessa di Cristo a confermare che egli è venuto precisamente per essere crocifisso e che questo è quanto nel seno della Santissima Trinità è stato preparato dall’eternità: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18). Cristo ha ricevuto dal Padre il comando di offrire la sua vita sulla croce, per poi riprenderla: il Padre, secondo il ragionamento di don Ravagnani, sarebbe stato dunque «bestiale, poco divino». Perché in questa versione moderna del cristianesimo, sono gli uomini ad insegnare a Dio come fare per essere autenticamente divini.
Non vi può essere incomprensione di Cristo e del cristianesimo più radicale di questa; eppure è ormai il pensiero, più o meno esplicito, di molti vescovi, preti, religiosi e laici, che cozza frontalmente contro l’insegnamento del Signore: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna […] Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12, 23-25. 27-28). La vita di Cristo è tutta orientata verso l’ora della glorificazione del Padre mediante il suo sacrificio sulla Croce, una morte che avrebbe prodotto molto frutto.
Invece, secondo don Ravagnani, il Padre non ha voluto l’immolazione del Figlio e Cristo non si sarebbe mai aspettato un epilogo così tragico della propria vita: ma cosa hanno insegnato al seminario di Venegono per anni? Nessuno dei formatori si è mai accorto che qualcosa di sostanziale non andava nell’impostazione del futuro prete?
Questa cancellazione della croce, del sacrificio, dei peccati da redimere è alla base dell’altro grande equivoco che ha portato don Ravagnani alla inevitabile deriva. Nella sua prospettiva, la vita cristiana e la vita sacerdotale sono un cammino di realizzazione personale e il rapporto con Dio è a servizio di questa realizzazione. Va da sé che se non mi sento realizzato posso lasciare il sacerdozio (e la vita cristiana). È questo uno dei frutti della deriva psicologista della formazione nei seminari. Che invece la vita cristiana esiga di dimenticare se stessi, di mortificare l’io con le sue voglie, di smettere di cercare la propria realizzazione, cercando invece il Regno di Dio e la sua giustizia, non appare nemmeno all’orizzonte; anzi, secondo lui, «sarebbe come dire che l’esistenza [di un figlio] dipende totalmente da quella del padre, e la sua libertà dipende totalmente da quella del padre e quello che viene prima è il padre. No. In realtà no […]. A un padre importa che l’io del figlio venga al mondo».
Ancora una volta idee confuse e rovinosamente errate. Certamente, un figlio non vive per il padre, la sua esistenza non dipende totalmente da quella del padre; ma quando questo padre è Dio allora tutto cambia. Perché noi siamo fatti precisamente per vivere per il Padre, come Cristo non ha desiderato altro che vivere per il Padre, compiendo la volontà del Padre. L’obiettivo della vita cristiana, ed ancor di più della vita sacerdotale, è che il nostro minuscolo e angusto io, che è all’origine di tanti nostri malesseri, ceda il posto a Dio; la vita cristiana è entrare nella vita di Dio. Questo percorso implica una disposizione permanente a voler imparare lo stile di Dio, il linguaggio di Dio, la logica di Dio. Don Ravagnani a più riprese dimostra l’atteggiamento diametralmente opposto: a partire dalle orazioni del Messale che, secondo lui, dovrebbero essere cambiate, perché a lui non dicono niente, fino a respingere l’idea che il Padre possa aver chiesto il sacrificio del Figlio.
«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). In questa espressione di San Paolo c’è tutto il senso della vita cristiana e dell’autentica realizzazione dell’uomo, nelle parole di don Ravagnani c’è la logica opposta. La croce è al centro del mistero di Cristo ed è così al centro della vita del cristiano, che muore a se stesso per rinascere in Dio. Ma rimossa questa verità capitale, cosa rimane? Rimane una vaga spiritualità: «Dio sta al di là delle religioni», ci spiega. Bisogna «recuperare la spiritualità, la ricerca di Dio». Questa «rinascita spirituale» può avvenire «sia dentro le religioni che fuori dalle religioni e questa è la mia speranza».
Nessuna sorpresa se questa rinascita spirituale di don Ravagnani avvenga anche fuori di quel sacerdozio di cui avrà comunque per sempre impresso il carattere. Ma nessuno in diocesi di Milano si è mai accorto di queste idee invertite del don? Nessuno si è mai reso conto di come questa prospettiva portasse sempre più lontano dalla vita cristiana? Disattenzione o complicità?
La diocesi di Milano da tempo registra numerosi ritiri tra i sacerdoti giovani (e meno giovani), in alcuni casi non senza scandali pesanti: don Marco Zappa, ex-parroco di Inveruno, e don Samuele Marelli, ex-direttore della FOM, solo per nominare i casi recenti più recenti. Tra pochi mesi mons. Mario Delpini lascerà la guida della diocesi ambrosiana: sarebbe un segno di serietà che tutto il Gotha della Curia di Milano, a partire dai formatori del Seminario, si dimettessero in tronco, per manifesta incapacità di adempiere al proprio compito.
Seminario, Diocesi e Chiesa: cosa avete fatto per Ravagnani?
Per la perdita di capacità di discernimento vocazionale, per la superficialità nella preparazione dei giovani sacerdoti; per non aver corretto scandali e problematiche affermazioni e per averlo abbandonato. Quattro j'accuse rivolti a seminario, diocesi di Milano e Chiesa italiana sul caso Ravagnani.
L'addio di don Ravagnani e il problema della credibilità
L'annuncio dell'abbandono del ministero presbiterale da parte di don Ravagnani è anzitutto una "tragedia" ecclesiale di cui i vescovi dovrebbero curarsi e che invece interroga, travolgendoli, i giovani. Perché, al di là del tanto bene seminato, c'è un problema di credibilità che i giovani pretendono in cambio.

