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Donne-prete, l'endorsement su La Croix contro Papi e Vangelo

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Sulle pagine del principale quotidiano cattolico francese c'è chi prende a modello la "papessa" di Canterbury e accusa di discriminazione la Chiesa di Roma che riserva l'ordine sacro agli uomini. In barba alla volontà di Cristo, ribadita da san Giovanni Paolo II, ma pure alla libertà religiosa. 

Ecclesia 18_07_2026
(Jordan Pettitt, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La Croix, il corrispettivo transalpino del nostro Avvenire, ha pubblicato il 12 luglio un articolo di fondo in favore del sacerdozio femminile, firmato dalla copresidente della «Commissione di studi sul ruolo delle donne nella Chiesa» e sottoscritto da 25 teologi, preti, docenti e personalità del mondo cattolico L’égalité entre les femmes et les hommes a vocation à s’appliquer à tous les espaces sociaux, y compris religieux. Secondo costoro, «l’udienza concessa da Leone XIV ad un’arcivescova anglicana» nel mese di aprile rilancerebbe un «dibattito giuridico» sul presbiterato e dimostrerebbe che «l’esclusione delle donne dai ministeri ordinati» (diaconato, sacerdozio ed episcopato) costituisce «una discriminazione diretta basata sul sesso», difficilmente conciliabile «con il diritto europeo».

La Chiesa di Roma, che di diritto ne sa qualcosa –  canonico ed ecclesiastico, civile e penale – e che per secoli storici di ogni colore hanno considerato come l’architrave della giurisprudenza occidentale, ordinando solo maschi si porrebbe ora fuori dalla legge. Né più, né meno.
«Come comprendere, nel contesto attuale» si chiedono i nostri «cattolici femministi» il «mantenimento» di questa «esclusione istituzionalizzata?». Può ancora essere percepita «come legittima», in un momento in cui, secondo il loro dogmatico progressismo, le «evoluzioni sociali ed ecclesiali» mettono sempre più in discussione «i fondamenti di tali distinzioni»?.
In verità, sono proprio i papi recenti, da Benedetto a Francesco a Leone, a stigmatizzare come uno «sbaglio della mente umana» l’antiscientifica «ideologia del gender» la quale «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna» e prospetta «una società» – e indirettamente una Chiesa – «senza differenze di sesso» (Amoris laetitia, 56).

Per i nostri intellettuali à la page, la riflessione va collocata non a livello teologico – il Vangelo infatti è chiarissimo sui ministri sacri – ma «sul piano giuridico» in modo da far uscire la questione del sacerdozio cattolico maschile da un «sistema normativo chiuso» come sarebbe quello ecclesiastico. Il problema consiste secondo loro nella difficile armonizzazione di due principi etico-giuridici: da un lato «la parità tra i sessi» e il «divieto di discriminazione»; dall’altro, la «libertà di religione» che tutela «l’autonomia organizzativa delle comunità religiose». In modo apparentemente scientifico, su La Croix si sta sostenendo che la Chiesa cattolica – ma anche quella ortodossa oltre a varie comunità protestanti – nega «la parità dei sessi» e di fatto sostiene la «discriminazione di genere». E ciò nella misura in cui non si ammette che tutte le cariche delle gerarchie interne siano occupate da persone di entrambi i sessi: a iniziare dai diaconi, sino ai preti, ai vescovi, ai cardinali e allo stesso pontefice. O papessa, o Chiesa fuori dalla storia: tertium non datur.

Infatti, per quel che riguarda la dottrina e la prassi della Chiesa di Roma, la discriminazione si attuerebbe già con l’esclusione delle donne dal seminario e poi con l’accesso unicamente maschile alle funzioni che concentrano i «tre poteri strutturanti dell’istituzione ecclesiale» ovvero «governare, insegnare e santificare». Tutto ciò, nel «diritto positivo» francese ed europeo, corrisponde alla definizione stessa di «discriminazione diretta» perché il «diritto francese» vieta le distinzioni «fondate sul sesso» mentre il «diritto europeo» sancisce la parità tra donne e uomini «come principio fondamentale».
È vero, concedono i nostri, che la «giurisprudenza europea» riconosce alle «comunità religiose» un’ampia «autonomia istituzionale» con l’annessa facoltà di «definire le proprie norme interne». Ma questa «forma di immunità» non è «assoluta» e a quanto par di capire va rimossa al più presto.

L’articolo, proprio perché concepito in termini giuridici e politici, e non teologici e religiosi, contiene un che di velatamente minaccioso. Sbrigatevi ad aggiornare le regole, cari prelati (maschi) francesi e vaticani, sembrano sussurrare gli esperti di La Croix, altrimenti vi attende una nuova ghigliottina, proprio come quella che infierì sugli ecclesiastici del 700, falcidiati a migliaia perché accusati anch’essi di non essere «al passo coi tempi» e di «sostenere la reazione».

E la volontà di Cristo di chiamare solo uomini tra i suoi apostoli, ribadita a chiare lettere da Giovanni Paolo II (Ordinatio sacerdotalis, 1994) e in vari discorsi da Leone? «Stabilisce una gerarchia tra i fedeli basata sul sesso» e «priva le donne dell’accesso a funzioni di potere e di rappresentanza». La coerenza della Chiesa con la sua storia e la sua identità, che è un pregio riconosciutole anche da intellettuali atei? «Contribuisce al perpetuarsi di stereotipi di genere» incompatibili con i «principi di uguaglianza e dignità». Se lo scrivono il Manifesto o le Monde è comprensibile, ma se lo dice la gazzetta della «Chiesa che è in Francia», a che gioco stiamo giocando?



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