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ASCOLI PICENO

"Dio, patria e famiglia", l'ignoranza del vescovo antifascista

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Il vescovo di Ascoli Piceno, monsignor Palmieri, fa pubblica professione di antifascismo citando il famoso trinomio. Che però è il fondamento della Resistenza cattolica. E ignora che anche per la Costituzione difendere la patria è un «sacro dovere».

Cultura 29_07_2026

La querelle sulla pastasciutta antifascista di Ascoli Piceno del 26 luglio scorso non si è esaurita, come previsto, con la ritualità del mettere le gambe sotto al tavolo e lavorare di forchetta. L’arcivescovo di Ascoli Piceno, mons. Giampiero Palmieri, vicepresidente della CEI, ha precisato, in un messaggio agli organizzatori dell’evento che i cristiani «non possono non dirsi antifascisti»: affermazione, in verità alquanto audace e sommaria. Nella lettera l’arcivescovo ha approfondito il concetto affermando che «Dio patria e famiglia sono in contraddizione con il Vangelo. La nostra identità si trova nella Costituzione, piena di Vangelo, figlia della resistenza».

Dalle parole di mons. Palmieri emerge una caratteristica preminente del mondo cattolico e cioè quella di non avere una propria interpretazione della Storia. Il trinomio “Dio, Patria, Famiglia” fa scattare nel cattolico progressista un riflesso alla Pavlov, una diffidenza istintiva verso un sospetto fascismo. E così “l’opzione per i poveri” nel cattolico conservatore fa sospettare di comunismo chi la enunci. E, invece, la soluzione potrebbe essere più semplice come ricordava un santo sacerdote che, per tutta la vita, aveva cercato di evangelizzare la Russia durante l’Unione Sovietica. «Io non sono mai stato anticomunista – diceva – È il comunismo che è contro la vita!». Lo stesso concetto si può ripetere col fascismo, col liberalismo, col capitalismo e tutti gli “ismi” ideologici, vecchi e nuovi, che ammorbano il nostro mondo.

In realtà a mons. Palmieri mancano alcune nozioni storiche fondamentali sulla Resistenza, prima fra tutte che il trinomio così discusso era patrimonio comune di gran parte degli italiani durante gli anni Trenta e Quaranta ed è stato la base ideale della Resistenza dei cattolici, la stragrande maggioranza degli italiani di allora.

Non si sa se mons. Palmieri conosca la lettera scritta ai genitori da Franco Balbis, medaglia d’oro al valor militare (Movm), fucilato al Martinetto di Torino nell’aprile del 1944: «Babbo mio caro, Iddio ha voluto che io ti pre­cedessi nella morte: sia fatta la sua volontà! Non perderti d’animo ed accetta quest’ultimo volere di Dio! Ti raccomando la Mamma: anche per lei devi essere forte ed im­porle che si sappia far forza e non si abbandoni. Muoio con la grazia di Dio e con tutti i conforti della nostra religione. Nel momento supremo Tu sarai nel mio cuore e sul mio labbro. Ar­rivederci, Babbo, ti stringo a me nel virile abbraccio degli uo­mini forti e chiedo la tua benedizione. Tuo nella vita e nella morte. Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice: possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero». In queste parole c’è tutto ciò che costituiva Balbis. Ma era un caso isolato? 

In Partigiani cristiani nella Resistenza: la storia ritrovata (1943-1945), del sottoscritto e di Stefano Contini (ed. Ares) di frasi come queste ve ne sono a decine. Eroi come Giancarlo Puecher (Movm) che scriveva al padre: «Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vi­ta. L’amavo troppo la mia patria. Non la tradite e voi tutti gio­vani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vo­stra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Per­dono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia».

Costanzo Ebat (Movm) scrive al figlio Mario: «Piccolo mio Ninì, come vedi il tuo papalino se ne va senza po­terti parlare come vorrebbe, ma ti scrive ancora una volta, una letterina solo per te, come sempre tu mi chiedevi. Il mio sogno era quello di vederti crescere, di istruirti a tuo modo; forgiarti alle tue idee e ai tuoi sentimenti. Ma tutto è perduto; ti è rimasto il mio esempio e tu ne sono certo, saprai calcare questa orma di onestà e lealtà. Saprai esserne degno non è vero? Questo devi prometterlo sulla mia tomba, come io lo promisi col sacro giuramento sulla tomba del padre mio. Tu dovrai portare il mio nome e onorarlo perché è sacro per te. (…) Ma soprattutto ama e abbi fede nella Patria. Ad essa anteponi tutti gli affetti e se ti chiede la vita offrigliela cantando. Senti­rai allora, come io lo sento adesso, quanto è bello morire per lei e che la morte ha un effettivo valore. Sappi e non dimenticarlo mai che il tuo papalino se ne va sor­ridendo, fiducioso e senza un attimo solo di debolezza, da uo­mo forte di nervi e di animo, sicuro di aver fatto fino all’ultimo istante il suo dovere verso la Patria amata».

La centenaria Paola Del Din, sorella di Renato (entrambi decorati con la medaglia d’oro per le gesta compiute nella Resistenza) così rievoca la radice del suo impegno per la lotta partigiana: «Siamo cresciuti in una famiglia dagli ideali risorgimentali, la Patria era per noi più importante della nostra stessa vita. Quan­do mio fratello ed io parlavamo di ciò che facevamo, la nostra unica preoccupazione era quella di non portare a termine il compito che ci eravamo prefissati, non quello di poter essere uccisi».

Il Beato Teresio Olivelli (Movm) che, nel 1934, si presentava all’esame di maturità con la spilla dell’Azione Cattolica così definiva i propri obiettivi: «Volontà gagliarda, fiducia in sé, costruzione della propria per­sonalità, severo senso della vita come conquista. Per Dio, per la famiglia, per la Patria. La fede, potenziamento della natura, la roccia su cui si edificherà; la Divina Provvidenza, l’ausilio; l’equilibrio spirituale, il mezzo; la forza vigorosa del carattere, lo sprone; così sia. Così ti prego, tu, Ministro di Colui che ha parole di vita eterna, invoca dall’Altissimo. Animato di tali propositi, mi accingo agli studi universitari. Quae fausta sint!».

Quando si parla di Resistenza bisognerebbe guardare alle storie dei singoli per comprendere la complessità del fenomeno e questo non per fare storia ma per non ignorare figure straordinarie come Giuseppe Cordero di Montezemolo, volontario in Spagna insieme ai franchisti (ben quindici Movm della Resistenza avevano combattuto contro i repubblicani spagnoli) e trucidato alle Fosse Ardeatine; come il venerabile padre Placido Cortese che scrisse sui crimini dei repubblicani spagnoli contro i cristiani durante la guerra civile e poi, dal 1943 in avanti, salvò decine di perseguitati e di ebrei fino a essere catturato, torturato a morte a Trieste e cremato nella Risiera di San Sabba.

Gli esempi sono così tanti da far sorgere una domanda: se la Resistenza, armata e disarmata sia stata composta, in maggioranza proprio da un’Italia cattolica e conservatrice.
Quegli ideali che ancora oggi possono e devono alimentare la nostra personale resistenza nelle sfide che ci attendono sono rispecchiate nell’articolo 52 della Costituzione: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Se mons. Palmieri conosce, come dice, la Costituzione può ignorare quell’articolo e quel dovere che, unico, è riconosciuto come sacro?



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