Damasco, dove i jihadisti rafforzano il potere grazie a Europa e Usa
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Viaggio nella capitale siriana dove l'apparenza di una vita notturna nasconde un processo di islamizzazione forzata a spese di poveri e minoranze religiose. Le code per il pane e l'abbigliamento femminile "modesto". La finta "riforma monetaria" e la vera dollarizzazione dell'economia.
(Da Damasco). Entriamo in Siria dal Libano non senza qualche difficoltà alla frontiera e puntiamo verso la capitale. Lungo la strada – circa 40 chilometri - decine di cartelloni, orbati dei ritratti di Bashar al Assad, sono malinconicamente vuoti, forse per eterna memoria della passata dittatura. La giornata è calda e dal finestrino aperto azzardiamo qualche foto, ma il nostro autista ci redarguisce: ci sono militari dappertutto e non è prudente.
I simboli del nuovo regime disseminati lungo la strada sono già sbiaditi a meno di due anni dalla presa del potere degli estremisti di Hayat Tahrir al Sham, guidati dall'allora Abu Mohamed al Jolani. Finalmente raggiungiamo la città e ci congediamo dal nostro accompagnatore. «A Damasco ora si sta benissimo.. vedrà, non la riconoscerà: la sera è tutto aperto, caffetterie, bar, locali notturni, casinò..»: il tassista che ci ha intercettato nella prima periferia della Capitale sciorina – non richiesto – le meraviglie del nuovo regime in città. Evidentemente pensa che siamo qui per turismo e si affretta a magnificarci l'apertura mentale del nuovo regime.
«Ad Ahmed al Sharaa piacciono i casinò?», gli chiediamo, trovando difficile immaginare l'ex leader di HTS, ora autonominatosi Presidente della nuova Siria, alle prese col tavolo verde - almeno in via ufficiale. «Certamente», risponde il tassista con la massima serietà, «perché poi ad una certa ora i locali chiudono e se ne vanno tutti a letto». In effetti, le auto munite di altoparlanti che dopo l'imbrunire girano sotto il nostro albergo in centro città invitando a convertirsi a Maometto interrompono l'atmosfera festosa del sabato sera, riportando tutti alla realtà di un islam che divora sempre più lo spazio pubblico e privato siriano.
Dalla nostra ultima visita a Damasco nell'autunno scorso, la sensazione è che il nuovo regime abbia consolidato il suo potere – sulla pelle delle fasce deboli della popolazione, in primis i ceti più poveri e le minoranze religiose, alawiti, sciiti, cristiani – anche e soprattutto grazie ai continui endorsement istituzionali del mondo occidentale. Il 12 luglio scorso si è tenuta la sessione inaugurale dell'Assemblea del popolo uscita dalle “elezioni parlamentari” del 5 ottobre 2025, in occasione della quale l'Unione Europea ha inviato al governo siriano un saluto beneaugurante, per felicitarsi di tale «passo benvenuto» verso la «transizione politica» della Siria.
Pochi giorni prima, a margine del vertice Nato di Ankara il Presidente americano Trump aveva tenuto un «colloquio bilaterale» con al Sharaa, annunciando la rimozione della Siria dalla lista degli Stati “sponsor del terrorismo”.
Frattanto, il primo gennaio scorso la Banca Centrale Siriana ha attuato una “riforma monetaria” per combattere l'inflazione che in realtà è una manovra piuttosto rudimentale di cosmesi economica: dalla vecchia valuta sono stati rimossi due zeri, cosicché cento vecchie lire siriane equivalgono ora a una lira. Le nuove serie di cartamoneta hanno una veste grafica aggiornata: sono stati sostituiti con fronde, frutta e fiori i volti degli Assad padre e figlio impressi sulle vecchie banconote, che a fine luglio andranno definitivamente fuori corso.
La coesistenza di biglietti di nuovo e vecchio conio ha ingenerato notevole confusione tra la popolazione, senza che la manovra abbia apportato benefici significativi all'economia: la Siria sta seguendo il vicino Libano sulla strada della dollarizzazione, la sostituzione della moneta locale con la valuta americana che ora è accettata ovunque. Damasco è piena di povera gente che acquista il pane a prezzo calmierato per rivenderlo subito dopo con un piccolo sovrapprezzo.
Durante il nostro giro esplorativo vediamo lunghe code davanti ai panifici – è il momento delle sfornate – e decine di persone sui marciapiedi delle strade vicine che vendono il pane ancora caldo agli automobilisti di passaggio. Spostandoci di quartiere verso una zona di uffici e negozi, affollata per il passeggio domenicale, entriamo in un negozio di abbigliamento per signora. Abbiamo avuto una piccola emergenza e dobbiamo, in qualche modo, procurarci abiti nuovi. Commesse e clienti portano l'hijab, ma la scelta della merce è ampia e sono esposti indumenti di ogni tipo: solo le taglie non coincidono (la più piccola disponibile, XS, corrisponde grosso modo a una L europea) e pensiamo per un momento che si tratti di un negozio per “taglie forti”. Chiediamo lumi alla signorina alla cassa che molto cortesemente ci spiega che il negozio offre articoli di “modest fashion”, “moda modesta”, e che dunque le misure sono generose per coprire adeguatamente le forme del corpo femminile, dalla testa ai piedi. Ne usciamo con una gonna ottenuta da diversi metri di stoffa - indubbiamente modesta - e andiamo a visitare una congregazione di religiose cattoliche che da tempo gestisce un ospedale in città.
Assistiamo alla Santa Messa con le suore e poi, davanti al caffè che ci viene offerto, chiediamo come vanno le cose nella struttura. Riceviamo in risposta non più di qualche sguardo significativo; insistiamo chiedendo se uomini di al Sharaa – ex membri di HTS ora integrati a vario titolo nel nuovo governo, dai ministeri alle forze dell'ordine - passino mai dall'ospedale. «Certo! - si anima una religiosa -. Ne vediamo spesso. Portano mogli e figli a curarsi qui, perché sanno che noi non facciamo distinzione di religione e accogliamo tutti i malati, a prescindere da qualunque tipo di appartenenza. Inoltre, sanno che la nostra struttura è meno cara delle altre».
E loro, gli ex nipotini di al Qaeda, vengono mai in ospedale, magari feriti in qualche scontro? «Certo - risponde la stessa suora -. Una mattina di qualche mese fa ci hanno scaricato tre morti al Pronto Soccorso, poi durante la giornata hanno portato sette o otto feriti. La stanza era un lago di sangue, una scena difficile da dimenticare». Un'altra religiosa interviene: «Noi amiamo tutti, è la nostra missione, perché tutti sono figli di Dio, anche quelli che ora sono al potere». Peccato che, a giudicare dalle persecuzioni a cui i cristiani stanno andando incontro nella nuova Siria, tale evangelica magnanimità non sia ricambiata.
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