Clima e tirannia Lgbt, l’Europa promuove le solite ideologie
Ascolta la versione audio dell'articolo
La Commissione Europea pubblica le sue priorità politiche per il 2026 puntando su diritti Lgbt e decarbonizzazione. Ignorati i problemi reali dei cittadini. E dal Consiglio d’Europa (CoE) potrebbe presto arrivare la decisione di criminalizzare le «pratiche di conversione».
Le istituzioni europee sono sempre più allo sbando e trascinano il Vecchio Continente verso una catastrofe morale ed economica. Due ulteriori conferme ci vengono dai documenti da pochi giorni pubblicati a Bruxelles e Strasburgo.
La prima grave conferma è la pubblicazione, da parte della Commissione, delle sue priorità politiche per il 2026 con un semplice post sui social network. In un contesto internazionale segnato da guerra, competizione geopolitica, insicurezza energetica, deterioramento sociale interno, aumento della povertà, decrescita economica e demografica, Bruxelles sceglie di rifugiarsi nelle ideologie pericolose di inizio secolo. I cardini dell'azione politica e delle priorità per il 2026 si riducono alla consueta ripetizione di concetti come la tutela di «democrazia e valori europei», «uguaglianza di genere, lotta alle discriminazioni e diritti LGBTIQ», «decarbonizzazione», «sicurezza online», eccetera. Il messaggio è inequivocabile: i problemi reali dei cittadini e strutturali del sistema europeo vengono relegati in secondo piano a favore di un'agenda ideologica dannosa. Un approccio coerente, nella sua folle corsa alla distruzione di ogni benessere futuro, con le Linee guida politiche 2024-2029 presentate a luglio 2024 dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: linee guida che sanciscono la continuità del Green Deal, l'espansione delle politiche di «uguaglianza e diversità», il controllo del dissenso in ogni discorso pubblico e degli spazi digitali.
Allo stesso tempo, l'ossessione per il clima continua a occupare il centro della scena, nonostante i suoi costi economici e sociali. La Commissione insiste sull'accelerazione della decarbonizzazione e sull'approfondimento del modello del Green Deal, nonostante molti Paesi del mondo stiano dando priorità alla sicurezza energetica e alla crescita economica. Le priorità elencate, coerenti con una visione della realtà artificiale, confermano una politica europea schizofrenica, dove la retorica dell'emergenza geopolitica e della guerra in Ucraina, divenute i “totem” dietro cui nascondere la propria inadeguatezza, si unisce ad azioni incentrate sull'ingegneria sociale Lgbt e su un ambientalismo spinto che danneggiano anima e corpo degli europei.
Il secondo brutto segno proviene da un'altra istituzione europea: il Consiglio di Europa – composto da 46 Paesi e al quale tutti i governi europei, con i loro finanziamenti, consentono di agire sistematicamente contro buonsenso, identità e culture nazionali – potrebbe confermare la decisione di criminalizzare qualunque critica all'identità di genere, come parte essenziale della lotta contro le cosiddette «pratiche di conversione». Il prossimo 29 gennaio l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (APCE) deciderà se confermare o respingere un testo promosso dalla laburista inglese Kate Osborne (“Divieto delle pratiche di conversione”, n. 16315/2026) che vieta in tutto il continente qualsiasi comportamento che «non affermi l'identità di genere autopercepita». Il testo, approvato all'unanimità già lo scorso dicembre dalla Commissione sull'uguaglianza e la non discriminazione, amplia notevolmente il concetto di "conversione": non ci si limita più alle pratiche fisiche o psicologiche forzate, ma include ora il disaccordo verbale, un prudente orientamento terapeutico, le preoccupazioni dei genitori o il giudizio professionale quando questi non convalidano automaticamente l'autoidentificazione di genere. Gli Stati membri potrebbero dunque dover vietare qualsiasi tentativo di «modificare, reprimere o sopprimere» l'orientamento sessuale percepito, l'identità o l'espressione di genere, integrando tali divieti nelle loro leggi antidiscriminazione e prevedendo sanzioni penali, civili e amministrative. In pratica, ciò significherebbe penalizzare l'uso di pronomi biologici, limitare determinati interventi terapeutici e perseguire penalmente i professionisti della salute mentale, gli educatori o i genitori che non affermano inequivocabilmente l'identità trans di un minore.
A tale proposito, Athena Forum, organizzazione che si occupa della difesa dei diritti basati sul sesso biologico, ha messo in guardia parlamentari e Stati membri del CoE rispetto a una «drammatica e pericolosa espansione» del concetto di conversione, alla «criminalizzazione di genitori, insegnanti e terapisti», un cavallo di Troia dell'attivismo trans che minaccerà «la libertà professionale, le prove mediche e il diritto dei genitori all'istruzione».
Il governo italiano e in generale i governi guidati da conservatori, patrioti e popolari, così come i singoli parlamentari, agiscano per impedire questa nuova tirannia.


