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Canada

Censura della Bibbia, figlia della democrazia liberale

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Approvata dal Parlamento canadese la legge che abolisce le norme a tutela dell’espressione delle convinzioni religiose. Ma non basta appellarsi alla libertà religiosa, che è uno dei prodotti della democrazia liberale, cioè dello stesso sistema che oggi censura le Sacre Scritture.

Editoriali 20_06_2026
ImagoEconomica

Il Parlamento del Canada ha approvato il disegno di legge C-9 con modifiche del Codice penale per espressioni e iniziative in campo di diversità e inclusione. Viene abolita la sezione che tutela l'espressione delle convinzioni religiose di una persona basate su testi religiosi come la Sacra Bibbia. Per questo la legge è anche stata chiamata “del divieto della Bibbia”. Può quindi essere considerato reato citare in pubblico passi delle Sacre Scritture contrari a pratiche considerate oggi di libera scelta come l’aborto o l’omosessualità. Disposizioni normative di questo genere erano già state applicate, come quelle che considerano illecito pregare davanti a cliniche abortiste, ma in questo caso la svolta è molto più evidente perché, censurando la Scrittura, si impedisce apertamente la presenza pubblica della religione cristiana. Le prime reazioni negative si fondano sulla libertà di religione e supponiamo che anche da parte cattolica la legge verrà criticata soprattutto da questo punto di vista. Ci chiediamo però se contestare questa ingrata legge solo basandosi sul diritto alla libertà religiosa sia sufficiente.

Il Canada è l’avanguardia della democrazia liberale, che lì si cerca di applicare allo stato puro. Uno dei principi prodotti dalla democrazia liberale è la libertà religiosa. Allo Stato è assegnato il compito di difendere quel diritto, senza intervenire a sostegno dell’una o dell’altra scelta religiosa. Il motivo di questa neutralità del potere politico è che la scelta religiosa è considerata, appunto, una scelta, che non può e non deve essere giustificata nei suoi contenuti. L’autorità politica avrebbe il dovere di giustificare le proprie scelte di governo con argomenti di ragione (politica), e quindi dovrebbe valutare i contenuti delle religioni per verificare se sono favorevoli o contrari al bene comune. Ma essendo che le religioni sono viste dall’autorità politica solo come delle scelte immotivate, la stessa autorità si ritiene indifferente alle varie motivazioni, che per essa non importano, e quindi si limita alla loro ammissione nella pubblica piazza in quanto scelte individuali. Perché mai, allora, nel caso della religione cristiana e della lettura pubblica di passi dei Libri su cui essa si fonda questa libertà di scelta non è rispettata? Il motivo fondamentale sta proprio nella concezione liberale della libertà di religione, intesa come una scelta immotivata, priva di argomenti che la giustifichino, una specie di “innamoramento” come diceva Wittgenstein.

La democrazia liberale, come abbiamo osservato sopra, è indifferente alle religioni, le quali per essa sono tutte vere e tutte false. Sono vere per chi le sceglie, false per chi non le sceglie, né vere né false per il potere politico per il quale le scelte sono scelte e basta, non bisognose di giustificazione. Soggettivamente un credente può assegnare ai contenuti della sua religione un valore fondamentale nella propria vita, ma oggettivamente quel contenuto non ha nessun valore, perché la religione è solo scelta soggettiva, indipendentemente da quanto viene scelto. Se così non fosse, allora l’autorità politica dovrebbe vegliare sui contenuti delle religioni, ma questo andrebbe contro i principi della democrazia liberale, per la quale dietro la scelta non c’è nulla che la politica debba indagare.

Nell’indifferentismo liberale per i contenuti delle religioni, queste sono come spogliate del loro apparato contenutistico, a cui si riferisce per esempio l’uso dei testi sacri, scarnificate e ridotte a pure scelte vuote: non perché i contenuti non ci siano, ma perché al potere politico della democrazia liberale non interessano per principio. Le religioni sono deprivate di ogni verità: se essa ci sia, quale essa sia, se sia accettabile dalla ragione politica o meno … non interessa alla democrazia liberale. Le religioni diventano politicamente dei fantasmi privi di consistenza pubblica.

Proprio qui trova spiegazione la loro manipolazione da parte del potere politico, come accade nel caso canadese. Prive di verità, grande o piccola che sia, esse sono a disposizione, i loro contenuti possono essere denunciati e la loro manifestazione impedita. Il potere può utilizzare una religione per combatterne un’altra, può concedere ad una quanto vieta ad un’altra. Il campo religioso non ha nulla da dire perché è privo di verità agli occhi del potere politico, quindi è possibile fargli dire quello che conviene al potere stesso. Se il potere, in un certo momento, sostiene e promuove una cultura dei “nuovi diritti” può piegare ad essa le culture religiose che vi si oppongono. Impedendo loro di farlo in pubblico, esso le riconduce in fondo a quello che secondo la democrazia liberale esse sono: scelte soggettive prive di valore oggettivo riconosciuto.

La domanda da farsi, quindi, è se sia adeguato ed efficace opporsi a leggi come quella canadese fondandosi sulla libertà di religione così come viene intesa dalla democrazia liberale ora al potere in Canada. I cristiani devono anche chiedersi quali siano i rapporti tra quella versione liberale della libertà di religione e quella che essi stessi oggi propongono e difendono. Forse sarebbe il caso di non partire dalla libertà di religione intesa come libertà di scelta, ma dalla verità delle religioni e, in questo confronto, mostrare la verità della propria religione e le sue esigenze di presenza pubblica che su di essa si fondano. Se si chiede il rispetto della libertà di religione e basta, allora ci si limita a chiedere il rispetto della libertà di scelta, che è troppo poco per esigere poi il rispetto pubblico della propria verità (e dei propri testi sacri).