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libertà educativa

Bonus paritarie, bene. Ma ora c'è da formare un popolo

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Il Bonus paritarie approvato dal Governo va salutato con favore. Ma la sfida che attende la libertà di educazione è molto più impegnativa e passa dal riconoscimento che fu di Giussani di una scuola veramente di popolo. E anche la Chiesa deve tornare a fare la sua parte. 

Editoriali 11_07_2026

È di pochi giorni, il 6 luglio scorso, fa la firma del Ministro Valditara sul decreto interministeriale relativo al cosiddetto “Bonus paritarie”. Si tratta di una misura che, grazie a un emendamento sostenuto da tutta la maggioranza e ai 20 milioni di euro stanziati dall’ultima legge di bilancio, prevede un contributo fino a 1.500 euro per le famiglie con Isee fino a 30 mila euro che hanno figli iscritti a una scuola paritaria, in particolare alla scuola secondaria di primo grado o al biennio della scuola secondaria di secondo grado.

Il settimanale Tempi lo ha intervistato per avere qualche sua considerazione al riguardo, anche perché, come al solito, non sono mancate aspre critiche da parte delle sinistre opposizioni, che hanno immediatamente intonato il ritornello stantio sulle “scuole dei ricchi”. Interessante e centrata è stata la replica del Ministro, per il quale gli oppositori «non hanno letto bene la Costituzione». E ha poi rincarato la dose: «La formula “senza oneri per lo Stato”, contenuta nell’articolo 33, fu proposta all’Assemblea costituente dal deputato Epicarmo Corbino. Corbino, che era un laico liberale, spiegò con chiarezza il significato di quelle parole: «Lo Stato può, non deve». Dunque lo Stato non è obbligato a finanziare le scuole paritarie, ma può farlo. Non esiste alcun ostacolo costituzionale a questo intervento».

La soddisfazione del Ministro è accresciuta anche dal fatto che questo nuovo contributo si aggiunge a quello già previsto dalle Regioni e pertanto «aiuterà soprattutto le famiglie meno abbienti a scegliere la scuola che ritengono più adeguata per i propri figli. Una possibilità in più, non in meno».  E proprio su questo punto verte - a ragione - la maggiore insistenza di Valditara: «Il contributo non viene dato alle scuole, ma alle famiglie, perché sono loro il soggetto che vogliamo valorizzare. Lo abbiamo fatto con la continuità didattica sul sostegno, consentendo alle famiglie soddisfatte del docente precario di chiederne la conferma. Lo abbiamo fatto con la legge sul consenso informato. E lo abbiamo fatto con una serie di stanziamenti pensati per rafforzare il ruolo educativo della famiglia». E tutto questo è davvero importante, perché la centralità della famiglia è il primo e più importante aspetto da tenere in considerazione, come sottolineato anche dalla nostra Carta Costituzionale.

Il “Bonus paritarie”, ovviamente, è stato accolto con favore dalle associazioni che da anni si battono per la libertà di educazione, in particolare quelle dei gestori delle scuole paritarie nate con la Legge 62/2000 varata dall’allora ministro Luigi Berlinguer. Certamente, a distanza di ben 26 anni, si è ancora lontani da una effettiva e completa uguaglianza di trattamento, occorre però riconoscere che in questi ultimi tempi sono stati realizzati diversi passi verso una maggiore parità scolastica.

Ciò che però suscita qualche perplessità e preoccupazione è la trasformazione del contesto sociale, culturale ed ecclesiale che in questi ultimi decenni ha avuto luogo e in cui si collocano questi provvedimenti. Trasformazione che rischia di renderli poco rilevanti o addirittura fuori dal tempo.

Il crollo del numero di alunni che frequentano le scuole paritarie, passati da circa 1,2 milioni del primo decennio degli anni 2000, ai circa 750 mila attuali, non è infatti solo il risultato della innegabile e drammatica crisi demografica del nostro Paese, ma anche il probabile segnale di un intorpidimento della coscienza sociale e civile circa l’importanza della libertà di educazione.

Il processo di centralizzazione scolastica, avviato dallo Stato italiano subito dopo l’Unità, ha pienamente conseguito il suo obiettivo ed è ormai andato a regime: si ha l’impressione, infatti, che per la stragrande maggioranza degli italiani sia ormai naturale che l’educazione/istruzione delle nuove generazioni sia totalmente nelle mani dello Stato (che poi significa nelle mani del Governo di turno, quali che siano i suoi orientamenti politici, filosofici o religiosi).

Più terribile ancora è la sensazione che anche la Chiesa italiana si sia assuefatta a tale stato di cose, tanto che le grandi battaglie per la libertà di scelta educativa, combattute nella seconda metà del secolo scorso da diverse realtà del mondo cattolico - e sostenute dai frequenti e inequivocabili pronunciamenti ufficiali della CEI - sembrano ormai alle spalle. A chi interessa ancora la libertà di scelta educativa? Quanti giovani cattolici saprebbero spiegare di cosa stiamo parlando e perché è importante, anzi fondamentale? Come abbiamo rimarcato già altre volte: quanti sarebbero realmente disposti a scendere in piazza per difenderla? Si indebolisce, ogni giorno di più, la coscienza di ciò che vale, ciò che è vero, ciò che è giusto, sotto la terribile pressione della cultura edonista e nichilista che ci pervade tutti.

Profeticamente, don Luigi Giussani, che è stato uno straordinario educatore, diceva nell’anno 2003: «Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio». Oggi manca l’educazione, ma non c’è più nemmeno il popolo. Innanzitutto perché si sta dissolvendo la famiglia, come drammaticamente vediamo sempre più ogni giorno che passa; poi, perché sta scomparendo la fede cattolica, che ha rappresentato per secoli la sorgente e il collante del nostro popolo. Ecco il punto: la secolarizzazione del nostro Paese pare ormai completata, mentre le preoccupazioni delle gerarchie ecclesiastiche sembrano essersi spostate su altri temi considerati più urgenti: ecologia, inclusione, dialogo, pluralismo religioso, etc…Ma se anche la Chiesa smette di educare, chi educherà gli educatori?

Ben vengano, allora, i provvedimenti del Governo a favore del sistema scolastico paritario, ma la battaglia che si presenta oggi è nuova e ancora più impegnativa. Non si tratta più, infatti, di combattere solo per una necessità che da tanti non è più avvertita come fondamentale e che rischia di trasformare le scuole non statali in una piccola “riserva indiana” per chi vuole solo un ambiente più protetto per i propri figli, ma di ricostruire un popolo che sta venendo meno e dare a quel piccolo resto, che ancora crede nell’importanza della educazione, le ragioni per riprendere una sacrosanta battaglia di fronte al mondo.  

E pregare perché la Chiesa italiana, che proprio per la sua irripetibile e unica natura ha tutti i mezzi e le ragioni per educare un popolo intero ad essere più presente nelle vicende sociali e nella difesa dei propri diritti (è la dottrina sociale della Chiesa), torni ad alzare la voce, a parlare di educazione e ad insegnarla, perché il popolo lo si educa chiamandolo anche a grandi battaglie ideali, soprattutto quando esse riguardano i diritti ed i doveri fondamentali della famiglia.