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DITTATORI D'AFRICA

Ben Ali e i 40 ladroni Così fan tutti

La Svizzera congela i beni dell'ex presidente tunisino, l'ultimo di una lunga serie di leader africani che hanno saccheggiato i propri paesi.

Attualità 21_01_2011
ben ali

Il 19 gennaio il Consiglio federale svizzero ha disposto il congelamento di eventuali conti depositati in banche elvetiche intestati a Ben Ali, il presidente della Tunisia ora in esilio, e alle persone a lui vicine. Contemporaneamente in Tunisia è stata aperta un’inchiesta giudiziaria: lui, sua moglie Leila Trabelsi e tutti i membri della loro famiglia sono accusati di appropriazione indebita di denaro e beni e di illeciti trasferimenti finanziari all’estero. Le perquisizioni effettuate nel frattempo nelle loro proprietà hanno rinvenuto un tesoro in gioielli e oggetti preziosi. Sembra tuttavia che l’accorta First Lady tunisina, fuggita prima del marito, sia riuscita a portare con sé, tra l’altro, una tonnellata e mezza di oro in lingotti.

Quello di Ben Ali non è certo un caso insolito in Africa dove molti sono i presidenti e i capi di governo nati poveri e divenuti milionari dopo aver conquistato il potere. Alcune organizzazioni non governative francesi da anni tentano di ottenere l’incriminazione di cinque presidenti africani sostenendo che non possono aver accumulato legalmente i loro ingenti patrimoni, risparmiando sullo stipendio.

Uno è Denis Sassou N’Guesso, presidente dalla Repubblica del Congo, al potere dal 1979, tranne i cinque anni, dal 1992 al 1997, durante i quali ha ceduto la carica a Pascal Lissouba. Tra le sue proprietà all’estero, figurano, in Francia, un albergo con piscina intestato a una delle sue figlie, che da solo vale 10 milioni di euro, e un appartamento nel cuore della capitale francese, intestato alla moglie Antoinette. Un altro è l’ormai defunto Omar Bongo Ondimba, presidente del Gabon dal 1967 al 2009, anno della sua morte, che ha avuto a disposizione 42 anni per acquistare 33 proprietà immobiliari in Francia, incluso un albergo di lusso sugli Champs-Elisées a Parigi.

Gli altri tre sono: Eduardo dos Santos, presidente dell’Angola dal 1979; Blaise Compaoré, capo del Burkina Faso dal 1987, uno dei leader africani che hanno manipolato la Costituzione per superare il limite dei due mandati presidenziali e ricandidarsi indefinitamente alla massima carica; e Teodoro Obiang Nguema, presidente della minuscola, ma ricca di petrolio Guinea Equatoriale, al potere grazie a un colpo di stato anche lui dal 1979. Nguema, oltre a “investire nel mattone”, ha degli hobbies decisamente costosi: ad esempio, colleziona vecchie Bugatti e pare che possegga almeno 15.

Non è indagato, ma potrebbe esserlo, data l’entità delle sue sostanze, anche il presidente dello Zimbabwe, Robert Gabriel Mugabe, che il 21 febbraio 2009 ha festeggiato l’85esimo compleanno con una festa indimenticabile per sfarzo e abbondanza. Gli ospiti sono stati ricevuti a una mensa ricca di 2.000 bottiglie di champagne Moet & Chandon e Bolliger, annata ‘61, 8.000 aragoste, 100 chilogrammi di scampi, 4.000 porzioni di caviale, 8.000 scatole di cioccolatini Ferrero Rocher e molto altro ancora.

Increduli, i diplomatici e gli operatori umanitari stranieri hanno assistito allo spettacolo “scioccante e osceno” dei preparativi e delle celebrazioni: “E' semplicemente raccapricciante – è stato il commento di un funzionario occidentale – è come se fossero o completamente ignari di ciò che sta accadendo nel loro paese o completamente sordi e semplicemente disinteressati”. Quel che stava accadendo era una crisi economica senza precedenti che aveva indotto all’espatrio circa tre milioni di persone (un quarto della popolazione) e aveva ridotto alla fame gran parte del paese costringendo quattro milioni di zimbabwani a dipendere dalla carità internazionale. Il presidente Mugabe inoltre si era concesso un regalo di compleanno davvero sontuoso: una villa in un complesso residenziale di Hong Kong costata 4,5 milioni di euro.

Ma forse il primato della rapacità tra i leader africani spetta all’ultimo dittatore della Nigeria, Sani Abacha, che in soli cinque anni di regime, dal 1993, quando prese il potere con un colpo di stato, al 1998, anno della sua morte improvvisa per infarto, ha sottratto alle casse della Banca centrale nigeriana più di 2,2 miliardi di dollari, secondo alcune stime addirittura il doppio. Dopo i funerali del marito, una delle sue mogli era stata bloccata all’aeroporto di Lagos mentre si imbarcava su un volo internazionale con 36 bauli zeppi di preziosi.

Ad accomunare tutti è la disinvoltura con cui saccheggiano i loro paesi. Per tutti ha parlato Sese Seko Mobutu, presidente della Repubblica Democratica del Congo dal 1965 al 1997. Nel 1988 nel corso di un’intervista alla rivista francese Jeune Afrique, ebbe a dire: “mentirei se affermassi che non possiedo un conto in banca in Europa, mentirei anche se dicessi che quel conto non è ben fornito. È vero. Ho un sacco di soldi. Che c’è di strano per una persona che da 22 anni è presidente di un paese tanto grande?” All’epoca Mobutu era già era entrato, seppure lontano dalle prime posizioni, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo e correva voce che l’argent de poche a disposizione dei suoi familiari ammontasse a oltre mezzo milione di euro al giorno. Alla sua morte si calcolava che disponesse di un patrimonio liquido di oltre 600 milioni di euro ai quali si aggiungevano proprietà immobiliari, ville, castelli, yacht e aerei privati.