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PRISMA

Ascoltare le voci cristiane del mondo arabo

Libia, Siria, Egitto: vescovi e patriarchi sono giustamente preoccupati dei cambi di regime: la svolta democratica è tutt'altro che garantita.

Prisma 02_04_2011

In diverse dichiarazioni e interviste il vicario apostolico di Tripoli, mons. Martinelli, ha denunciato le conseguenze per la popolazione civile dei bombardamenti occidentali sulla Libia, sorprendentemente giustificati proprio adducendo la volontà di proteggerla, finché la Nato si è sentita in obbligo di aprire un’inchiesta in proposito.

Precedentemente in Egitto, pur se la presenza di cristiani copti tra i manifestanti scesi in piazza contro Mubarak era evidente,  la Chiesa copta in quanto tale non si è schierata. In Siria il patriarca greco-cattolico, capo di una delle maggiori chiese cristiane del paese, rilascia interviste alla stampa occidentale nelle quali afferma la sua fiducia nella capacità del presidente Bashar al Assad a dare, nella continuità del suo regime, risposta adeguata alla domanda di riforme venuta dalle migliaia di manifestanti scesi in piazza in tutte le maggiori città della Siria.

Questo atteggiamento complessivo assunto dai patriarchi e dai vescovi delle Chiese arabe merita di venire considerato attentamente. E’ noto che i regimi dittatoriali nazionalisti “laici”, che ora stanno venendo meno nel mondo arabo, avevano sin qui garantito una certa equivalenza di trattamento tra musulmani e non-musulmani (cristiani ma anche drusi, alawiti ecc.). Ciò non significa beninteso che sotto questi regimi fiorissero la libertà e i diritti umani. Significa però che tutta la poca libertà concessa valeva più o meno per tutti. Essendo stata presa quale base della comunità politica la nazione, essa perciò stesso comprendeva anche i non-musulmani.

Diverso sarebbe invece se sopraggiungessero dei regimi i quali scegliessero quale base dello Stato la comunità dei credenti musulmani. In quest’ultimo caso i non-musulmani diventerebbero ipso facto dei cittadini di serie B. E’ comprensibile perciò che le Chiese arabe non siano inclini ad applaudire dei nuovi venuti soltanto perché sono nuovi. Per meglio capire il perché di tanta prudenza occorre liberarsi da un luogo comune che forse può valere in Occidente ma di rado altrove:  quello secondo cui le dittature sarebbero per così dire delle malattie di un corpo politico naturalmente orientato alla democrazia, e che perciò al cadere della dittatura tende in modo quasi automatico verso la libertà. 

Non è questo di certo il caso del mondo arabo, dove sin qui di solito a regimi autoritari se ne sono succeduti altri non migliori di quelli che li avevano preceduti, anzi talvolta peggiori.  In questo senso, per venire al caso della Libia, in quanto a cultura politica gli insorti della Cirenaica non sono certo più “liberali” di Gheddafi e dei suoi, tutt’altro. Il vero fatto nuovo emerso da questo ciclo di rivolte contro i governi al potere è piuttosto la comparsa in scena (soprattutto in Egitto, in Tunisia e Siria; molto meno in Libia) di masse giovanili, molto più acculturate di quelle che le avevano precedute, le quali non sognano la rivoluzione bensì dei ragionevoli ammodernamenti e una società più libera dalla corruzione.

Invece che far precipitare le crisi con gli interventi militari, occorre piuttosto favorire nel mondo arabo lo sviluppo di tutte quelle condizioni che possono facilitare la crescita del ruolo di queste masse giovanili. Quindi favorire processi di transizione non catastrofici, come fortunatamente sembra stia accadendo in Tunisia e in Egitto; e in Libia impegnarsi per un armistizio generale e quindi per un avvio di trattative senza pre-condizioni. In tale prospettiva l’atteggiamento delle Chiese arabe merita di venire non solo rispettato ma anche sostenuto.