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PRIMAVERE ARABE

Aiutare l'Egitto a diventare un modello

Note a margine della Settimana di storia religiosa euro-mediterranea. Dopo la lunga ascesa dei Fratelli Musulmani, il loro potere è finito presto. L'unica forza che è stata in grado di opporsi è l'esercito. Ora è il momento di aiutare il Cairo.

Editoriali 08_09_2013
Generale Al Sisi

Mentre il presidente degli Stati Uniti Barak Obama torna in patria dalla riunione del G20 a San Pietroburgo senza aver ottenuto quel consenso internazionale all’intervento militare americano in Siria cui aveva puntato, diventa interessante andare a vedere quali potranno essere gli sviluppi della crisi in corso in Egitto. Che cosa accade o non accade in questo Paese, che è il cuore nel mondo arabo, non potrà che aveva influssi determinanti anche sullo sviluppo della crisi siriana.

Un’occasione di notevole rilievo in tal senso è venuta da un evento che osservatori poco abituati all’analisi approfondita delle situazioni avrebbero giudicato ben lontano dall’attualità: la XXXV Settimana di storia religiosa euro-mediterranea, conclusasi ieri presso Villa Gagnola di Gazzada (Varese) sul tema “Popoli, religioni e chiese lungo il corso del Nilo. Dal Faraone cristiano al Leone di Giuda”. Promosso dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI insieme all’Università Cattolica, l’incontro, già comunque molto interessante di per sé, è stato pure spunto, a margine dei lavori in programma, per scambi di testimonianze e esperienze tra autentici esperti della vita e della cultura del Levante; e quindi per analisi non casuali della crisi politica in Egitto e dei suoi possibili sviluppi.

Prima di procedere sul nostro tema vale però la pena di soffermarsi ancora un momento sulle Settimane di storia religiosa euro-mediterranea, dal 1996 tenacemente e impeccabilmente dirette da Cesare Alzati. Malgrado l’alluvione di notizie immediate da cui ogni giorno siamo raggiunti, è più che mai vero che la cronaca si spiega soprattutto con la storia. Anche per i proverbiali “addetti ai lavori”, incontri di questo genere (e gli atti che poi vengono pubblicati) sono pertanto occasioni uniche per andare oltre gli orizzonti corti e fissi di quanto si può apprendere o anche solo intuire dalla comunicazione di massa e dalla cultura accademica correnti, oggi sempre più divenute un mulino che macina per lo più luoghi comuni.

Senza coinvolgere la loro responsabilità in valutazioni conclusive che sono soltanto nostre, il quadro delle crisi egiziana e siriana emerso da colloqui e incontri con gli esperti presenti a Gazzada – tra gli altri il noto studioso copto cattolico padre Samir Khalil Samir s.j. – è un po’ diverso da quello che molti inviati occidentali dipingono guardando al mondo arabo, per così dire, con occhiali eurocentrici. È vero che la “primavera” ossia la rivolta esplosa in Egitto nel gennaio 2011 era espressione soprattutto di ceti medi urbani che domandavano democrazia e primato del diritto. Deposto Mubarak nel susseguente febbraio e posto termine a trent’anni di “stato di emergenza” e quindi di governo dittatoriale, tale spinta è stata però sommersa e travolta dall’onda ben più forte dei Fratelli Musulmani, un movimento politico nato nei primi decenni del secolo scorso intrecciando un’ideologia islamista con modelli organizzativi di matrice sovietica; un movimento che perciò è sempre stato costituito da un’ala politica e da un’ala militare armata, i cui obiettivi ultimi sono comunque gli stessi. In tale quadro l’elezione nel giugno 2012 di Mohammed Morsi alla presidenza della Repubblica non costituisce di per sé un evento democratico. In Egitto infatti le elezioni sono tradizionalmente soltanto delle conferme plebiscitarie dell’esito di battaglie politiche già avvenute ad altri livelli.

Giunti comunque al potere con Morsi, i Fratelli Musulmani si sono però dimostrati incapaci di affrontare i grandi problemi dell’Egitto contemporaneo che, privo di petrolio e con un’economia molto legata agli scambi con l’Occidente, subisce pesantemente di riflesso la crisi economica internazionale in corso. Un esito paradossalmente positivo della presidenza Morsi è stato dunque l’esaurirsi del patrimonio di prestigio che i Fratelli Musulmani avevano acquisito in decenni di opposizione al regime dittatoriale di Mubarak. È apparso infatti chiaro che non hanno comunque le idee e la cultura politica che occorrono per ammodernare l’Egitto. In un Paese, però, che ha il 40% di analfabeti, e dove (salvo i molto visibili, ma anche molto esigui, ceti medi urbani di cui si diceva) la grande maggioranza della popolazione ignora ancora che cosa possa essere una moderna democrazia, per strano che ciò ci possa sembrare, l’unica forza in grado di fronteggiarli è stato l’esercito. Diversamente che, ad esempio, in America Latina, in Egitto l’esercito è una realtà vicina al popolo comune. Tra l’altro i suoi ufficiali provengono per lo più, non dall’alta borghesia, bensì dalla piccola borghesia e pure dal mondo contadino. Contando su vasti consensi popolari - specialmente di quella maggior parte degli egiziani che vive nelle periferie urbane e nelle campagne – l’esercito è intervenuto scontrandosi con l’ala armata dei Fratelli Musulmani con lo spargimento di sangue che perciò ne è purtroppo derivato.

Adesso si tratta di arrivare a forme di stabilità politica adeguate alla situazione reale dell’Egitto all’ombra delle quali sia affrontare più efficacemente la crisi economica e sia promuovere processi educativi e formativi tali da rendere praticabile una moderna democrazia. È poi evidente – osserviamo concludendo – che il successo di uno sviluppo del genere potrebbe diventare un modello anche per il resto del mondo arabo purché le potenze occidentali, e oggi in particolare gli Usa, non pretendano di saltarci dentro come elefanti nella cristalleria. Ciò vale analogamente anche nel caso della Siria. Qui purtroppo la situazione è già precipitata, ma è diverso affrontarla con getti d’acqua invece che con getti di benzina come Obama vorrebbe; e come speriamo che non gli riesca di fare.