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IL COMMENTO

Accademia per la Vita, etica contro la morale cattolica

Il Testo Base della Pav è incompatibile con l’enciclica del 1993 Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II. Nel nuovo corso della Pontificia Accademia per la Vita si nega l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Oltrepassare questi assoluti morali porta a rovesciare tutto l’insegnamento della Chiesa sul peccato, sul merito, sulla realtà dell’Inferno, sul senso della Creazione e dell’Incarnazione redentiva. E anche sul martirio, il cui senso sparisce. Riflessioni a conclusione del Convegno A Response to the Pontifical Academy for Life.

Editoriali 13_12_2022 English Español

Il Testo Base, traccia per il seminario di studi (30 ottobre - 1° novembre 2021) promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, di recente pubblicato nel volume Etica teologica della vita, rappresenta a tutti gli effetti un rovesciamento di Veritatis Splendor. È questa l’evidenza più limpida emersa nei tre giorni del Convegno A Response to the Pontifical Academy for Life’s Publication: Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche (per la sintesi delle giornate, vedi qui, qui e qui), che ha visto, tra gli altri, la partecipazione di Mons. Livio Melina, per dieci anni Preside dell’Istituto Giovanni Paolo II, e padre José Granados, attualmente ordinario di Teologia del Sacramento del Matrimonio  nello stesso istituto.

«Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca,  [...], in vista delle possibili decisioni di Veritatis Splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone». Così Benedetto XVI si era espresso nei famosi “appunti” pubblicati nel 2019 su Klerusblatt. L’enciclica di Giovanni Paolo II era realmente stata pubblicata con il preciso intento di blindare l’affermazione degli assoluti morali di fronte ad argomenti che stavano trovando sempre più spazio nella teologia morale accademica; posizioni che volevano enfatizzare la presenza di circostanze e situazioni che avrebbero potuto portare ad eccezioni alla regola morale generale (VS, 56). L’enciclica le aveva presenti, come aveva presenti le «soluzioni cosiddette “pastorali”», l’«ermeneutica “creatrice”», un’idea dell’opzione fondamentale dissociata dalle singole scelte concrete (VS, 65), «false soluzioni, legate in particolare ad una inadeguata comprensione dell'oggetto dell'agire morale» (VS, 75), di stampo proporzionalista e consequenzialista. Veritatis Splendor le aveva presenti e le aveva esplicitamente condannate.

Il Convegno ha messo in luce questa irrisolvibile incompatibilità tra il Testo Base e l’enciclica del 1993, tra l’antropologia sottesa dalle tesi del primo e quella portata avanti dall’enciclica. Non si può passare sotto silenzio che VS abbia espresso l’insegnamento del Magistero della Chiesa sia in positivo che “in negativo”, con la condanna esplicita di alcuni errori; né deve sfuggire che la stessa enciclica consideri «la questione della moralità degli atti umani» e, in particolare, l’«esistenza degli atti intrinsecamente cattivi» come aspetti decisivi, perché in essi «si concentra in un certo senso la questione stessa dell'uomo, della sua verità e delle conseguenze morali che ne derivano» (VS, 83).

Ancora, non può essere lasciata in ombra la particolare volontà di Giovanni Paolo II di richiamare pastori, teologi e fedeli a sentire cum Ecclesia sulle questioni trattate nell’enciclica, allorché ha voluto sottolineare di aver impartito questo insegnamento rifacendosi all’autorità conferita al Papa di confermare i fratelli: «Ciascuno di noi conosce l'importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell'insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l'autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le singole persone ma anche per l'intera società, con la riaffermazione dell'universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi».

Ora, cerchiamo di essere seri: approvare gli elementi “nuovi” del Testo Base, supportare il cosiddetto “nuovo paradigma” significa anzitutto screditare la Chiesa stessa nel suo Magistero; significa pensare che la Chiesa abbia insegnato costantemente e ribadito con l’autorità del successore di Pietro una dottrina, che riguarda «la questione stessa dell’uomo», per richiamare nuovamente l’enciclica, che invece era sbagliata. Perché non c’è sviluppo - nonostante si continui a protestare il contrario - tra un documento che sostiene che la specificazione morale di un atto non dipende dall’intenzionalità propria di quell’atto e un’enciclica che invece respinge la tesi di chi ritiene «impossibile qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie — il suo «oggetto» — la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall'intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell'atto per tutte le persone interessate» (VS, 79).

Il punto su cui il TB rovescia VS non è solo centrale nell’enciclica, ma è centrale nella visione dell’uomo, nell’insegnamento della Chiesa sull’uomo. Durante il Convegno è stato ampiamente ribadito che l’affermazione della qualificazione morale di un atto secondo la sua specie comporta in ultimo il riconoscimento dell’antropologia biblica ed il rifiuto di un’antropologia gnostica. Comporta il riconoscimento che il nostro corpo è creato e perciò ha il suo linguaggio; pertanto, gli atti che confliggono con questo suo linguaggio non possono mai essere ordinati al bene della persona: ecco perché sono sempre intrinsecamente cattivi. Questo è il limite ultimo che non può mai essere valicato, perché il suo oltrepassamento significherebbe il male della persona che lo compie: i nostri atti, che compiamo nel nostro corpo, mutano noi stessi, plasmano in noi un’identità morale. Da qui dipende tutto l’insegnamento della Chiesa sul peccato, sul merito, sulla realtà dell’Inferno, sul senso della Creazione e dell’Incarnazione redentiva. Da qui dipende anche il senso del martirio: se non vi sono atti che sono sempre cattivi, se gli atti “esterni” non caratterizzano moralmente la persona che li compie, allora perché il martirio?

Ecco perché Benedetto XVI, in quegli “appunti” che hanno provocato molti mal di pancia, collegava l’idea del martirio agli assoluti morali: «Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo».