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A scuola di shari’a. L'islam si diffonde nei centri culturali

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Centri culturali collegati alla galassia del fondamentalismo che organizzano corsi sulla shari’a (Brescia); lezioni di etica musulmana nei licei (Piacenza); e una biblioteca comunale di Milano propone la lettura del libro di Sinwar, mente dell'eccidio del 7 ottobre. Così l'islam si diffonde attraverso la cultura e la scuola. 

Attualità 12_01_2026

Non era una giornata pensata per finire sotto i riflettori. Eppure, domenica 4 gennaio, a Brescia, qualcosa si è mosso con metodo e precisione. Nella nuova moschea cittadina, il Centro Culturale islamico di Brescia, con il patrocinio dell’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide, ha preso avvio una giornata di formazione tutt’altro che marginale.

Il cuore dell’iniziativa è stato un corso dedicato allo studio degli obiettivi della shari’a. A guidare i lavori non un nome qualunque, ma Sheikh Amin Al-Hamzi, figura di rilievo nel panorama islamico europeo, attivo su scala continentale e membro di un organismo sovranazionale incaricato di elaborare pareri giuridico-religiosi. L’ente che ha sostenuto l’evento risulta in stretta relazione con l’Istituto Bayan, centro di studi con sede a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, specializzato nella formazione islamica. Non un istituto tra i tanti, ma protagonista del famigerato e terribile rapporto che l’intelligence francese ha dedicato al fenomeno del fondamentalismo islamico: reti tentacolari, organizzazioni segrete, quartieri islamizzati allo scopo di provare il reclutamento per instaurare uno Stato islamico sotto il giogo della shari’a in Europa.

Secondo il rapporto degli 007 d'oltralpe, l’Istituto Bayan avrebbe ricevuto finanziamenti dal Kuwait attraverso l’International Islamic Charity Organisation, un’organizzazione caritativa internazionale, per diventare un polo centrale per la formazione degli imam in Europa, con tanto di rilascio di titoli destinati a scuole e centri islamici del Vecchio Continente. 

Stando al rapporto francese, l’Istituto Bayan sarebbe parte di altri sette centri dislocati tra Francia, Regno Unito e Belgio. Quindi l’istituto con sede nel veronese è l’ingranaggio di un’ampia galassia associativa, operante in Europa, con l’obiettivo di esercitare un’influenza sistematica sulle istituzioni dei Paesi europei riconducibile all’area dei Fratelli Musulmani. Qualcosa che colloca la realtà italiana all’interno di dinamiche transnazionali ben più vaste e strutturate.

Oltre che pericolose. Anche perché l’Istituto Bayan è in stretti legami con l’International Islamic Charity Organisation, ONG nata in Kuwait e oggi operativa in 56 Paesi. Attiva da oltre venticinque anni, l’organizzazione è riconosciuta da UNHCR e UNRWA per il suo impegno umanitario a favore degli immigrati. Proprio questo doppio livello – da un lato il profilo istituzionale e il riconoscimento internazionale, dall’altro le relazioni personali e associative – spiegherebbe l’attenzione riservata all’ente dai servizi di sicurezza francesi.

Secondo le valutazioni degli 007, infatti, alcuni esponenti che nel tempo hanno fatto parte degli organi direttivi della ONG sarebbero figure di primo piano riconducibili alla Fratellanza musulmana. Un intreccio che, tra cooperazione umanitaria e influenza ideologica, contribuisce a delineare uno scenario complesso e tutt’altro che marginale nel cuore dell’Europa.

Nel mentre, a Piacenza, nell’apparente lentezza di una provincia sempre più colorata dall’islam, si sta tracciando una traiettoria fatta di inviti formali, visite didattiche, ore di lezione che si aprono a un racconto altro. Protagonista è il frequentatissimo Istituto di Studi Islamici Averroè, che da tempo ha avviato un’attività di pressione culturale indirizzata direttamente agli istituti scolastici della città.

L’offerta è strutturata, dichiarata, rivendicata. Ai docenti viene proposta la gita in moschea. E poi di accompagnare gli studenti dentro un percorso disciplinare che l’istituto promuove apertamente: adab, (l’etichetta islamica modellata sulla figura di Maometto); akhlaq (l’etica musulmana); sira (la biografia del Profeta); fiqh (la giurisprudenza islamica); gli hadith (le citazioni attribuite a Maometto); infine il Corano.

Due classi di quinta elementare e due licei di Piacenza hanno già partecipato a queste lezioni. Sulle pagine social, l’Istituto Averroè non fa mistero della missione: tra le iniziative dichiarate figura esplicitamente quella di entrare nelle scuole che li invitano, durante le ore di storia e di religione, per raccontare l’islam alle nuove generazioni.

A prendere posizione sulla piega piacentina sono esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, che segnalano rischi e chiedono chiarimenti. Il deputato leghista Rossano Sasso ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Valditara, con un obiettivo preciso: che almeno venga garantito il necessario consenso informato delle famiglie. «Qui siamo dinanzi a una scuola coranica che manda i suoi docenti a fare lezioni di islam nelle nostre scuole, a ragazzi ma anche a bambini delle elementari. Bisogna fermare immediatamente l’ennesimo tentativo di islamizzazione delle nostre scuole», afferma Sasso.

E se Piacenza restituisce l’immagine di un sistema di indottrinamento che l’islam sta progressivamente costruendo nel panorama delle scuole italiane, mostrando una rara capacità di infiltrarsi senza attriti e di raggiungere una platea ampia quanto sensibile, basta spostarsi verso la Lombardia per scoprire la forza dell’islam. Alla biblioteca comunale di Milano-Lambrate, s’è deciso di portare in primo piano, tra le letture consigliate, sotto la dicitura rassicurante Scelti per voi, un volume presentato come una saga familiare a sfondo autobiografico: Le spine e il garofano, pubblicato nel 2024. La scheda che lo accompagna parla di uno «sguardo lucido e appassionato di straordinaria intensità narrativa». E chi sarà lo scrittore che sa suonare corde straordinarie? Yahya Sinwar.

Il defunto leader di Hamas, la mente dell’eccidio del 7 ottobre. Sembra di essere al centro di un punto di non ritorno di quel masochismo culturale che fino a pochi anni fa era solo paventato. Ora si manifesta nella sottomissione che supera l’immaginazione: non si propongono più i testi dei pensatori islamisti, ma direttamente dei terroristi. Tutto normalizzato.

Non è un episodio isolato. Lo scorso inverno, una presentazione dello stesso libro era stata inizialmente bloccata all’Università La Sapienza di Roma, dove era prevista, paradossalmente,  al dipartimento di Fisica. Promossa da Davide Picardo — coordinatore dei centri islamici milanese — e Maya Issa — attivista del movimento degli studenti palestinesi, dopo qualche mese di resistenza passiva s’è poi tenuta regolamente: quindi papa Benedetto XVI no, ma il terrorista Sinwar, sì. A lamentare a lungo quel blocco era stato InfoPal, portale finito, poi, al centro della maxi inchiesta sui finanziamenti ad Hamas e sulla cellula italiana del terrorismo islamico palestinese.

Il filo che unisce questi episodi è sottile, ma non invisibile. È l’islamismo che avanza senza clamore, sostenuto da una rete di alleanze esplicite o inconsapevoli. Così, passo dopo passo, ciò che fino a ieri era inconcepibile diventa ordinario. 

E mentre ci si domanda quale narrazione prenda forma nelle lezioni che arrivano fino ai bambini, a cominciare dall’idea di donna, è importante sottolineare quanto sia superficiale liquidare le lezioni di islam in Italia come qualcosa di marginale e normale solo perché esistono comunità islamiche sul territorio e quindi fanno solo il loro dovere di credenti.

La shari’a non si limita al culto: disciplina la sfera familiare, sociale, politica ed economica. Regola il diritto di famiglia, le successioni, la proprietà, l’organizzazione stessa della vita civile. Si fonda su norme ritenute di origine divina e, proprio per questo, immutabili. Non nasce dall’evoluzione storica degli ordinamenti, ma da una rivelazione diretta di Allah. Un sistema che trae legittimazione da un’autorità trascendente e che aspira a governare ogni aspetto della vita collettiva entra inevitabilmente in conflitto con i sistemi giuridici degli Stati europei.

Questo quadro restituisce un dato preciso: l’assenza di una reale volontà di adattamento da parte di ampi settori delle popolazioni immigrate islamiche al contesto che li ospita. Le leggi comuni non sono un riferimento, figuriamoci i costumi. È una distanza che non si colma, ma si rivendica per entrare in contrasto.

Alla fine, una certezza resta: anche l’Italia, oggi, va a scuola di jihad e di shari’a.